Osservatorio Psicodinamico "Thalassa e la peste. Riflessioni, elucubrazioni e costruzioni sul senso di questa avventura associativa" - dott. Luigi Miscioscia

"Thalassa e la peste. Riflessioni, elucubrazioni e costruzioni sul senso di questa avventura associativa" - dott. Luigi Miscioscia

Raccontare Thalassa. Sin dall'inizio mi son dato questo compito. Mi premeva indagare sul senso di questa strana avventura, sulla esigenza di fondare un'ulteriore associazione psicoanalitica, quando ce ne sono tante di qualità. Ci sono molti modi per raccontare Thalassa e non vorrei escluderne alcuno, ma necessariamente dovrò partire da qualcosa.

Essenzialmente si tratta di raccontare questa esperienza associativa al fine di costruirne il senso all'interno del nostro contesto storico culturale di appartenenza. Thalassa nasce dalla passione per la psicoanalisi e dall'ideale di una comunità scientifica disposta ad accogliere e condividere una pluralità di esperienze riguardanti la pratica analitica nelle sue diverse declinazioni. Nelle intenzioni, il progetto associativo, propone un percorso di dialogo, opponendosi alla ben nota fenomenologia della scissione dei gruppi psicoanalitici. L'idea delle pluralità in dialogo esprime una idealità solare, gradevole e accattivante, dove l'appartenenza possa nutrirsi di altri sguardi appassionati, accomunati dalla gratitudine nei confronti di una disciplina che a molti ha sensibilmente migliorato la qualità della vita. Nei momenti più intensi (a mio parere i seminari), Thalassa ha toccato questo stato di grazia, nella ricchezza del materiale proposto e nei suoi numerosi e fecondi rimandi. La pluralità che funziona, trasmette a tutti una sensazione di ricchezza, di tolleranza, di appartenenza ad una comunità empatica e civile. L'altra faccia della pluralità, sta invece nella frammentazione. Nel momento in cui il clima tende a perdere quello strato di ozono empatico, quella fragile struttura che in altri miei scritti ho chiamato bolla identitaria, ecco emergere ogni tipo di fenomeno maligno: dalle ben note turbolenze, alle stagnazioni mortifere, alle altrettanto note proiezioni incrociate, fino alla produzione di equivoci, malintesi, fraintendimenti, vissuti persecutori e quant'altro. Anche su questo punto ho avuto modo di argomentare, auspicando un processo di de-idealizzazione che consenta di irrobustire la resilienza a queste ed altre intemperie, generando quegli anticorpi utili a salvaguardare il gruppo dagli inevitabili attacchi, non per sopprimerli, cosa evidentemente impossibile, ma per renderli fisiologici e più facilmente superabili grazie ad un atteggiamento meno ingenuo e idealizzato. La mia idea di fondo è che la distruttività di questi fenomeni, non sta tanto nella loro presenza, ma nella aspettativa illusoria che vede negli psicoanalisti delle persone capaci di generare solo accoglienza, dialogo, serenità. Le esplosioni più distruttive sono generate dallo scontro violento tra tale idealizzazione e la puntuale riproposizione di una distruttività che appare ineludibile. Se da una parte l'idealizzazione è una copertina calda a protezione delle numerose ferite che ciascuno porta dentro di se, dall'altra è proprio tale idealizzazione che rende fragile il gruppo attraverso quell'effetto di schock che porta alla delusione e alla sensazione di aver sbagliato gruppo, alla convinzione che la vera psicoanalisi è da un'altra parte. Per molti questo effetto traumatico, conduce all'allontanamento e alla stigmatizzazione dei colleghi precedentemente stimati. Una riflessione approfondita, porterebbe a mio avviso a un processo di inclusione delle proprie e altrui parti distruttive che troverebbero accoglienza all'interno di un'immagine non idealizzata del terapeuta e del gruppo. I terapeuti non sono sempre brave persone, ma individui con le loro ferite, coi difetti e la distruttività che da sempre caratterizza il genere umano. Il noto fenomeno della scissione dei gruppi psicoanalitici, appare tra l'altro alimentato dalla fantasia che la vera psicoanalisi non è qui, nel luogo che abitiamo, ma da un'altra parte, in un mitico luogo fortunato, lontano dalle miserie dei nostri difetti, lontano dalla banalità dei conflitti che di volta i volta esplodono. Al contrario, il mio modesto parere è che invece la psicoanalisi è proprio qui, nel luogo della peste, nel momento in cui la sicurezza dei protocolli, oggi tanto di moda, collassa sotto il peso delle incertezze, delle precarietà di una disciplina tutt'ora aleatoria. Qui incontriamo la crisi della psicoanalisi. Proprio nel consolidarsi di una prassi ben definita dalle caratteristiche di un setting consolidato e dagli strumenti di intervento collaudati, ecco che la psicoanalisi entra in crisi, perde terreno, quasi scompare dietro la nuova trionfante ideologia dell'evidenza. E allora è lecito chiedersi: quale sarà il cammino possibile, come sarà la psicoanalisi del domani, se ci sarà? Di certo non possiamo vedere il futuro, tuttavia possiamo raccogliere la sfida di provare ad coglierne alcune tendenze. Non senza un moto di orgoglio che, per certi versi riconosco velleitario, io ripropongo l'ipotesi che la psicoanalisi del futuro è qui, nelle varie esperienze professionali che la vedono sporcarsi le mani a contatto col disagio incapace di farsi domanda e di accedere al conforto del lettino. La psicoanalisi sta nei nostri giovani colleghi disoccupati o sottooccupati, costretti a confrontarsi coi disagi dei quartieri a rischio. La psicoanalisi sta, anche, nelle crisi di ritorno, rispetto alla illusione che l'esercizio della psicoterapia possa svolgersi nella chiarezza di una prassi rapida, evidente e sicura. E infatti molti terapeuti che, nella loro formazione hanno evitato il confronto con se stessi, preferendo metodologie brevi, definite e sicure, prima o poi si scontrano con le inevitabili difficoltà del lavoro psicoterapeutico, in quella palude angosciante dove il passo si fa insicuro e le attese di un rapido affrancamento dal disagio si mortificano nella riproposizione logorante di un dolore che si ripete. La crisi professionale di questi colleghi è anche l'occasione per tornare nei luoghi del disagio personale, gli stessi luoghi proiettati sulla professione, quella inconsciamente scelta nel tentativo di affrancarsi dalla cattura dei propri nodi irrisolti. Altri luoghi della psicoanalisi sono a mio avviso, i luoghi del campo istituzionale, della impasse che ha visto naufragare la condivisione degli obiettivi che hanno puntualmente rivelato il proprio lato oscuro, intrecciato alla persistente bizzarria delle dinamiche organizzative. Qui, altri giovani colleghi di formazione psicodinamica, si confrontano col disagio capace di mascherarsi dietro i malintesi, le incongruità, i paradossi di un lavoro che genera ogni sorta di turbolenza e fenomeno maligno delle gruppalità. Se consideriamo il senso di queste esperienze apparentemente eterogenee, ecco che si ripropone una psicoanalisi come luogo della peste, una psicoanalisi che ritrova la propria più genuina autenticità nelle incertezze di quella domanda infinita (Bollas) che ancora si interroga e si appassiona agli enigmi della condiziona umana. È in questi luoghi, in questi contesti impossibili che ritroviamo, in filigrana e con modalità pressoché silenti, quella passione per la ricerca che tante volte ha consentito di trasformare il luogo del disagio nel luogo del pensiero e della creatività. La psicoanalisi del futuro è già qui, tra noi, mescolata all'eclettismo e alla mai sopita prassi selvaggia, indistinguibile da entrambi, non ancora parlante o in grado di comunicare, se non attraverso lamenti e balbettii scomposti e deformati. In Thalassa l'occasione per accogliere queste esperienze, per visualizzarle e valorizzarle. In Thalassa l'occasione per generare un pensiero teorico in grado di collegare la tradizione psicoanalitica con il variegato e tormentato modo delle psicoterapie, così dette, ad indirizzo psicoanalitico: avventure, percorsi semisolitari e molto spesso segreti perché ritenuti di serie B rispetto al consolidato esercizio dei setting conosciuti e riconosciuti. Io mi auguro che Thalassa sappia vedere l'oro nel fango di questo intenso flusso. Accettare la peste significa accettare la bizzarria di un percorso che molto spesso ci ha visti combattere con le turbolenze o procedere lentamente nella palude di un sentimento crepuscolare di tristezza, aggravato dalla solitudine e dalle mille domande che altri colleghi ci hanno lasciato, quando per le ragioni che certamente rispettiamo, hanno deciso di lasciare l'associazione. Ma, a questo punto, provando un po' a distanziare l'emozione dolorosa del percorso thalassiano, ritrovo l'orizzonte di un'esperienza ricchissima, estesa, variegata, quella esperienza che riguarda tutti noi e che implica un oggetto passione specifico per ciascuno di noi. Lo spirito inquieto del tempo, quello che ogni volta ci sorprende, viaggia negli orizzonti elaborativi individuali, ovvero in quelle aree tra conscio e inconscio, tra elucubrazione e costruzione, dove incessantemente gioca il fermento della ricerca. Gli orizzonti elaborativi individuali attendono un luogo, un dispositivo capace di trasformare l'isolamento in collegamento, un approccio metodologico in grado di promuovere la pluralità, rendendola virtuosa e proteggendola dal territorio minato della frammentazione. In qualche modo, anche se con difficoltà e criticità, abitiamo il luogo giusto, quello del sud in particolare, il luogo potenzialmente capace di estrarre pensiero dal magma confuso del nomadismo eclettico, quello eterogeneo delle mille prassi tutt'ora in corso. Il successo di Thalassa, io credo, potrà un domani misurarsi nel grado di alfabetizzazione che tali prassi avranno generato. Una alfabetizzazione che possa farsi condivisione, teorizzazione e comunicazione, a partire dalle esperienze di ciascuno. Il nuovo che avanza, oggi si presenta nella diversificazione disordinata di percorsi eterogenei. Nel nuovo che avanza, c'è un senso profondo che diventerà chiaro solo in futuro e che, presumibilmente, si avvarrà di un pensiero nuovo, capace di risolvere quella complessità irrisolta che ora ci disorienta e spesso ci divide.

 

Luigi Miscioscia, 1 marzo 2018

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