Biblioterapia: l’uso di storie come strumento per una maggiore consapevolezza del sé e della gestione delle emozioni.

Biblioterapia: l’uso di storie come strumento per una maggiore consapevolezza del sé e della gestione delle emozioni.

Riassunto.

Raccontare storie aiuta i bambini[1]? Partendo dall’ipotesi di ricerca che la lettura di storie ad alta voce possa essere utile per la promozione del benessere emotivo e la crescita psicologica del bambino, la biblioterapia diventa un valido strumento attraverso cui favorire l’espressione e una maggiore gestione del suo mondo interno. Nel presente articolo mettiamo in rassegna un’esperienza sul campo di biblioterapia con protagonisti gruppi di bambini di età compresa tra i 5 e i 10 anni.

Abstract.

This work highlights some particularly significant aspects of the therapeutic relationship with a twelve-year-old patient who has a personal history studded with abandonment and repeated cumulative traumas that leave behind a hunger for relationship, never satisfied. The tragic experience of early abandonment remains as a phantasmatic content that is difficult to process. Therapeutic work becomes an opportunity to try to integrate fragments of a broken mosaic; space of thinkability of silent and inexpressible sufferings; hope for the initiation of an internal transformative process.

Autori: Carmela Valentina Amoruso*, Maria Concetta Scuccimarri**

* Psicologa, psicoterapeuta psicoanalitica.

** Psicologa, psicoterapeuta psicoanalitica.

[1] Avvertenza: l’uso del maschile (“il bambino”, “il terapeuta”, “il ragazzo”, ecc.) è stato scelto non per perpetrare il sessismo nel linguaggio, ma per motivi di praticità linguistica e per seguire le regole finora in uso della lingua italiana. Vista l’alta ricorrenza, il testo sarebbe stato appesantito dall’uso di entrambi i generi (la/il bambina/o, ecc.)

Introduzione.

Leggere significa affrontare qualcosa che sta proprio cominciando ad esistere

Calvino I.

I bambini, spesso sperimentano emozioni che vivono come eccessivamente dolorose e non posseggono ancora le risorse interne necessarie per elaborarle da soli. Affinché questo si realizzi è necessaria la presenza di un adulto empatico che possa calarsi nei panni del bambino e gli offra la possibilità di pensare a quelle emozioni difficili.

In tale contesto si colloca la biblioterapia come risorsa e processo “digestivo” delle emozioni più complesse. Infatti, l’assenza delle risorse interne, grazie alle quali è possibile pensare o regolare il livello interno di eccitazione emotiva, è determinante nello sviluppo di comportamenti aggressivi, bullismo, difficoltà di apprendimento, enuresi notturna, incontinenza fecale, ansia di separazione, problemi di concentrazione, iperattività, disturbi dell’alimentazione e ansia (Sunderland, 2016). La lettura di storie consente la riduzione della “confusione di lingue” (Ferenczi, 1931) tra bambino e adulto, portando quest’ultimo ad una maggiore comprensione del mondo infantile. L’adulto riesce dunque ad andare incontro alle esigenze dei più piccoli aiutandoli a pensare a quelle emozioni ingestibili, scongiurando il rischio che, con il passare del tempo, possano sfociare in una complessa situazione interiore.

A seguito di un gruppo di biblioterapia con destinatari bambini dai 5 ai 10 anni, nelle città di Bari e Sannicandro di Bari, per la durata di sei mesi, si è potuto constatare che, alla fine di tale percorso, i partecipanti hanno acquisito una maggiore consapevolezza dei propri stati emotivi e una maggiore consapevolezza del sé. Tale esperienza si è articolata in più fasi: un momento iniziale di lettura, seguito da una successiva condivisione di pensieri e da momenti di drammatizzazione, per terminare con un laboratorio creativo con lo scopo di permettere l’elaborazione dei particolari vissuti suscitati dalla storia letta. È avvenuto un gioco di rispecchiamenti tra i bambini e i protagonisti delle storie, che, con il tempo, ha portato ad una maggiore conoscenza dei propri stati interni e dell’immagine di sé. Questo è stato rilevato attraverso l’utilizzo della tecnica proiettiva del “Disegno dell’albero” (Der Baumtest)[2], le osservazioni cliniche e il riscontro avuto con i genitori, i quali hanno notato un cambiamento da parte dei loro figli nella gestione delle emozioni.

Le storie offrono la possibilità di parlare con i bambini utilizzando una comunicazione più profonda, fatta di immagini e metafore, lontana dal linguaggio comune. Prendendo in prestito le parole di Kaes (1996; p. 78) potremmo asserire che “attraverso questa messa in gioco organizzatrice il bambino impara a controllare fuori di sé, prima di interiorizzarla, un’attività fantasmatica che fonderà in lui un luogo nel quale le parole e le cose potranno collegarsi, nel quale le pulsioni che emergono dal fondo del suo corpo, come le percezioni che lo assalgono, si avviano a ricevere una denominazione e ad articolarsi in una catena significante”.

Cenni storici.

Il termine biblioterapia deriva dal greco biblios (libro) e therapeuein (cura) e significa curarsi con i libri, indica l’uso guidato della lettura, tenendo a mente che ci si aspetta un risultato terapeutico. Esso nasce nel 1916 quando Samuel Crothers sostenne il potere curativo dei libri; a dargli uno statuto psicologico è stato William Menninger, della Clinica Psichiatrica Menninger, che promosse l’uso dei libri per pazienti con lievi nevrosi o problemi di alcolismo, utile anche nel trattamento dei disturbi d’ansia, nelle dipendenze e nei disturbi alimentari, o come supporto per i parenti dei pazienti o per i genitori dei bambini. Menninger introdusse la pratica di “prescrizione alla lettura” come supporto al trattamento di diversi disturbi psichiatrici proponendo percorsi di lettura scelti e pensati per il singolo paziente e per il momento che stava vivendo.

La biblioterapia può essere diretta all’età adulta, all’infanzia, all’adolescenza, al singolo e ai gruppi e ha diverse accezioni:

  •  autoaiuto – strumento utilizzato al di fuori del contesto terapeutico, di autocura e crescita personale;
  • psicoeducazione – utilizzato soprattutto nelle scuole, offre percorsi di lettura guidata finalizzati al confronto su un tema e alla socializzazione per promuovere la crescita cognitiva e socio-affettiva;
  • terapia – utilizzato all’interno della relazione terapeutica come strumento di cura.

[2]L’albero è considerato simbolo dell’uomo per via della posizione eretta, dunque l’albero disegnato viene a simbolizzare la persona che lo raffigura. Mediante l’utilizzo di questo reattivo si vuole dimostrare la maggiore consapevolezza dell’immagine di sé che i bambini hanno acquisito durante questo percorso di biblioterapia, riconoscendo come propri, aspetti che prima non venivano considerati.

Oggi la pratica della biblioterapia è diffusa nel mondo occidentale, soprattutto nei paesi anglosassoni. In Inghilterra la Book Therapy è stata riconosciuta dal National Health Service (servizio sanitario inglese) come efficace ed indicata soprattutto per la cura e prevenzione dello stress.

All’interno della pratica clinica i libri possono essere utilizzati in due modi:

– il biblio-coach, diffuso nella psicologia anglosassone, che ricorre a due tipologie di testi: i libri di psicologia divulgativa e i testi di self help;

– un uso più «creativo» del libro, che ricorre alla letteratura e ai romanzi.

Una storia può definirsi terapeutica quando «si prende cura» della crescita del bambino, dando una forma e un nome a quelle che per lui sono emozioni ancora prevalentemente sconosciute, ma anche alle ansie e alle fatiche che si accompagnano al diventare grande, consentendogli di prendere le distanze da ciò che più lo spaventa e quindi, lentamente, di imparare ad affrontarlo (Hillmann, 1999; Bernardi, 2010, pp. 1-17; Trinci, 2008, pp. 26-29).

I meccanismi e le funzioni che stanno alla base della biblioterapia sono molto antichi, infatti il padre della psicoanalisi, Freud, sostenne che: “il romanzo psicologico deve la sua peculiarità in genere alla tendenza che lo scrittore moderno ha di scindere il proprio Io, mediante auto-osservazione, in Io parziali, personificando in più eroi i conflitti che agitano la propria vita interiore.” (Freud, 1907; pag.3). Lo stesso afferma che l’azione della parola è uno strumento essenziale nell’ambito psicologico.

A cosa servono le storie?

Le storie aiutano a conoscere e comprendere ciò che ci circonda, in modo che ogni individuo possa organizzare la propria l’esperienza, costruire significati condivisi e dare senso alla realtà collegando passato, presente e futuro grazie all’attivazione di un pensiero narrativo. Inoltre, le storie hanno il potere di educare ad una comprensione più profonda del mondo, a livello emotivo, cognitivo ed affettivo, rafforzano la capacità di empatia e la comprensione delle emozioni altrui: abilità fondamentali che aiutano lo sviluppo della personalità e a prevenire l’insorgere di psicopatologie. Le storie diventano terapeutiche nel momento in cui riescono a far dialogare le diverse componenti della nostra psiche perchè attraverso il gioco e l’immaginazione, mettendo in scena e ri-raccontando emozioni, sentimenti e relazioni, è più facile elaborare le esperienze, anche le più dolorose. Inoltre, terapeutica è anche la relazione – una relazione di cura, profondamente affettiva, che si crea tra chi legge e chi ascolta: un contatto-scambio interattivo, espresso e vissuto, nell’«immediatezza che nasce dall’esserci» (Bernardi, 2010, p. 7) contenitore nel quale il bambino possa sentirsi accolto in un posto sicuro.

Nella mente del lettore e dell’ascoltatore si attivano una serie di processi psicologici: identificazione (percepire il protagonista del racconto come simile a sé per età, per condizioni di vita o esperienze vissute), catarsi (l’esperienza delle stesse emozioni vissute dal protagonista), insight (l’acquisizione del punto di vista del protagonista e dei suoi atteggiamenti o decisioni rispetto a situazioni problematiche). Si tratta di processi che permettono sia al lettore sia a chi ascolta di portare una storia nel proprio mondo, perché le parole lette ed ascoltate assumono significato solo all’interno di un contesto esperienziale, in un movimento a due insieme all’oggetto-libro intrecciando mente e cuore.

In un primo momento, chi legge aiuta il bambino che ascolta a identificarsi con i personaggi della storia letta, a costruire inferenze sul significato della storia, fino a individuare un nesso tra la storia narrata e i propri vissuti.

In seconda fase avviene l’espressione delle emozioni e degli stati d’animo rispetto al racconto narrato che si definisce nel processo di catarsi e abreazione e trova modo di realizzarsi attraverso attività che concludono un incontro di biblioterapia: scrittura creativa, laboratorio artistico-creativo (Pardeck, 1995).

Infine, attraverso l’insight si accede ai significati più intimi della storia, scoprendo di condividere con i personaggi della storia particolari problemi, pensieri, emozioni e sentimenti; avviando un processo di presa di consapevolezza di sé e delle proprie emozioni.

Il narratore scava nel non-detto della storia, la traduce nella sua lingua personale e poi la trasmette al piccolo ascoltatore in una forma speciale ed intensamente emotiva, nella quale egli ha la possibilità di riconoscere le proprie voci intime: mentre la voce racconta, il bambino ascolta sé stesso (Bernardi, 2008, pp. 43-68). La voce del narratore lo aiuta a tessere delle trame di senso all’interno delle quali poter attualizzare le esperienze che sta vivendo e riconnetterle al proprio percorso di crescita; gli presta le parole per raccontarle. In questo processo salvifico, il narratore è chiamato a un compito fondamentale e certamente non facile: modulare la narrazione sulla base delle emozioni che si manifestano nel bambino e accoglierle insieme al suo mondo inespresso. È proprio questa atmosfera di scambio emozionale che consente al bambino di buttarsi a capofitto nella storia.

Le storie tessono trame di senso e orizzonti di significato; ci permettono di esteriorizzare sentimenti, emozioni e stati d’animo e nel contempo consentono di ritrovare un filo conduttore nel magma degli eventi della nostra esistenza (Bruner, 2002; Jedlowski, 2000).

Ipotesi di lavoro.

Il gruppo di biblioterapia nasce nel periodo del benessere psicologico in quanto mira alla prevenzione del disagio infantile, dall’interesse per la lettura e l’infanzia e si pone l’obiettivo di promuovere l’ascolto, per imparare a riconoscersi attraverso l’altro e ad esplorare emozioni e vissuti. L’intento che ha mosso la realizzazione di questo gruppo è stata la volontà di dar forma ad uno spazio di pensiero gruppale costituito da bambini dai 5 ai 10 anni per accrescere la consapevolezza dei loro stati emotivi e del proprio sé.

Sulla base di tale assunto si è approfondita la seguente ipotesi di lavoro: i bambini spesso sperimentano emozioni che vivono come eccessivamente dolorose e in mancanza di risorse interne[3], che ne permettono un’autonoma elaborazione, risulta necessaria la presenza di un adulto empatico che sappia calarsi nei loro panni e offra la possibilità di pensare a quelle emozioni difficili. L’adulto si colloca in questo contesto con la funzione di agevolare il pensiero di quelle emozioni ingestibili, scongiurando il rischio che, con il passare del tempo, possano sfociare in una complessa situazione interiore. Freud, nel saggio Il poeta e la fantasia (1907) fa un parallelismo tra gli autori del “romanzo psicologico” e i bambini, in quanto entrambi giocano con la fantasia mettendo in scena le variegate sfaccettature e difficoltà del loro inconscio attraverso i personaggi della narrazione.

[3] Grazie alle risorse interne è possibile pensare o regolare il livello interno di eccitazione emotiva, dunque, la mancanza di esse risulta determinante nello sviluppo di comportamenti aggressivi, bullismo, difficoltà di apprendimento, enuresi notturna, incontinenza fecale, ansia di separazione, problemi di concentrazione, iperattività, disturbi dell’alimentazione e ansia (M. Sunderland, 2016).

Secondo Freud, lo scrittore quando crea un libro non fa che mettere in forma narrativa i suoi sentimenti, i suoi pensieri, i suoi conflitti (Mittino, 2013). Su tale assunto si è basata l’ideazione del gruppo di biblioterapia: la narrazione, intesa come racconto di storie, offre una grande possibilità organizzatrice del proprio mondo interno, imparando ad attribuire significati all’esperienza umana. La narrazione consente inoltre la ricostruzione e la dotazione di significato verso alcuni aspetti della propria vita (Smorti, 2007). I nostri modelli narrativi interiori[4] vengono così rielaborati, rivissuti, modificati e, cosa più importante, ci è permesso di provare emozioni che ci riguardano molto da vicino ma che forse avevamo rimosso perché, grazie al noto meccanismo della proiezione, è più facile provarle se esse riguardano qualcun altro e non noi.

Seguendo la suddetta argomentazione le storie vengono elevate a strumento terapeutico, una tecnica originale che promuove lo sviluppo cognitivo ed emotivo, in grado anche di ridimensione alcune difficoltà psicologiche.[5] Le storie possono essere considerate “innescatrici di pensieri” (Lafforgue, 2005) in quanto offrono la possibilità di costruire quelle capacità mentali che nel bambino molto piccolo non sono ancora attive. La narrazione, tramite la sua particolare struttura, offre una forma per accogliere angosce altrimenti impensabili in quanto riflette l’articolazione della nostra mente, fornendo “[…] modelli per pensare, per uscire dal caos primitivo, dando voce a parti mute mai espresse al suo interno, rese possibili e comunicabili nel gruppo” (ivi, p.11). Si ipotizza, dunque, che la storia “[…] possa svolgere una funzione di contenimento analoga a quella della madre, che conferisce significato e accoglimento agli sconvolgenti e intollerabili disagi del neonato” (Ibidem). La narrazione di storie ha, inoltre, la funzione di supporto al processo di soggettivazione e, a tal proposito, Stern (1985) considera come ultima tappa dello sviluppo del Sé, il Sé narrativo; dunque si evince come l’identità sia costituita dall’insieme dei racconti collegati cronologicamente tra loro ed il racconto consisterebbe nella descrizione degli eventi della vita e delle loro possibili soluzioni (Bruner, 2002). Tutto questo si trova nelle storie terapeutiche che offrono la possibilità, a chi ascolta, di identificarsi con i diversi personaggi e poter uscire da un empasse emotivo imparando a nominare e gestire quella particolare emozione. “Nello svolgimento del suo programma narrativo, il soggetto è guidato dalle logiche affettive che abitano i vari ruoli” (Mittino, 2013, p. 242), svolgendo un ruolo di grande importanza nell’organizzazione della propria esperienza.

Tecnica, metodologia e strumenti.

L’obiettivo è di conferire alle storie narrate il significato di contenitore emotivo. La presenza di qualcuno che legge per noi è di per sé valorizzante, in quanto ci sta dedicando il suo tempo e si sta prendendo cura di noi. Dunque essere ascoltatori di una storia fa parte di un’esperienza infantile gratificante; infatti il messaggio che si sta veicolando all’altro è di essere degno di amore.

La tecnica impiegata è ispirata ai concetti psicoanalitici e ogni aspetto del setting è stato pensato per la creazione di un ambiente “sufficientemente buono” (Winnicott, 1974) per facilitare l’emersione del sé individuale e la gestione e appropriazione di quelle emozioni più complesse che i bambini possono sperimentare.

[4] Quelli che in psicologia vengono chiamati modelli relazionali, schemi cognitivi, copioni di vita.

[5] Lafforgue (2005) utilizza un laboratorio fiaba con bambini autistici e con psicosi infantili. Secondo lo psicoanalista francese la fiaba dà voce ai conflitti psichici e ne suggerisce possibili mediazioni, fornendo ai bambini modelli di identificazione.

Il gruppo si è servito di un setting preciso: una tenda, una grande e soffice trapunta bianca disposta per terra, sulla quale sono stati adagiati cuscini posizionati a semicerchio.

M: “Wow!

J: “Adesso posso mettermi a dormire

E: “Lo voglio fare anche a casa

Le frasi summenzionate sono solo alcune di quelle pronunciate dai bambini alla vista dell’ambiente. Questo ha permesso ai piccoli partecipanti di sentirsi a loro agio, rilassandosi, favorendo la simbolizzazione. Per evitare confusioni e contaminazioni di spazi, si è preferito separare la zona dell’ascolto della storia, da quella laboratoriale. Prima di accomodarsi sulla trapunta è stato chiesto, ai bambini, di togliersi le scarpe e già in questa prima fase, quando alcuni di loro si sono mostrati riluttanti nel restare scalzi, hanno mostrato particolari aspetti di sè. Noi, nel ruolo di lettrici, abbiamo occupato i posti alla chiusura del cerchio, sedendoci su degli sgabelli bassi, ponendo il libro ad un livello leggermente più alto rispetto allo sguardo dei bambini. Nonostante la disposizione circolare dei cuscini, i bambini si disponevano su file e alcuni preferivano sdraiarsi. Alla richiesta di alcuni genitori di voler restare insieme ai loro figli, si è risposto che per questi ultimi sarebbe stato opportuno vivere quel momento separati da loro, in modo da sentirsi liberi di sperimentare le emozioni, senza la presenza del genitore. Dunque, i genitori, durante la lettura e il laboratorio attendevano in un’altra stanza messa a loro disposizione. Una volta finito il tempo insieme, venivano fatti ricongiungere con i figli i quali spiegavano, con molto entusiasmo ciò che era avvenuto. Padri, madri, nonni, nell’attesa condividevano difficoltà, dubbi giornalieri, pensieri e risorse. Tutti loro si sono identificati come un “gruppo di auto-aiuto”, utilizzando le parole di uno di loro, conferendo al gruppo di biblioterapia un’identità di contenitore terapeutico di angosce e difficoltà non solo dei bambini, ma anche dei caregivers che hanno avuto modo di “digerire” anche loro le emozioni più complesse. Di seguito è riportato un breve dialogo tra i genitori:

M: “Grazie per averci messo a disposizione questo spazio!

A: “Si, ho trovato davvero rassicurante potermi confrontare con gli altri.

V: “A me avete dato utili spunti di riflessione, grazie!

Lo strumento principale del gruppo di biblioterapia è consistito nell’utilizzo di storie terapeutiche mediante le quali si sono affrontate diverse tematiche, scelte ad hoc in base all’utenza e alle difficoltà riscontrate durante il percorso gruppale. Nello specifico, si è esplorato il mondo delle emozioni e dei legami affettivi, accresciuta l’autostima e stimolato la scoperta del coraggio e dell’altruismo. Infatti, attraverso le storie in generale, e quelle terapeutiche in particolare, si permette di fare esperienza di emozioni molto forti, imparando a graduarle, anziché reprimerle. Se si osservano i bambini quando ascoltano una storia si può notare in loro uno sguardo diverso. “Lo sguardo del patto narrativo è analogo a quello del neonato che prende il seno o il biberon di latte, gli occhi negli occhi della mamma. Si tratta di un sostenere con lo sguardo, accompagnato da uno scorrere continuo, come liquido, del suono. Formule e sequenze rimate danno ritmo al racconto, per alimentare questa continuità musicale simile a una poppata” (Lafforgue, pp.83-84). Ecco come la storia diventa nutrimento e il narratore il seno che contiene, garante della struttura, “[…] la sua voce modula il racconto, contenendo le emozioni e le paure arcaiche; con il gesto si appropria dello spazio e lo segna, stabilisce limiti e percorsi, mostrando, con la sua partecipazione corporea – lo sguardo, l’espressione del viso, la musicalità della voce – come la cultura orale sia radicata nel corpo” (ivi). È magico il transfert che si viene a creare tra autore e lettore, una sorta di complicità carica di suggestioni e di intensità poiché l’universo semantico del libro diventa per il lettore un rifugio, uno specchio non deformante, un mondo cui attingere per articolare maggiormente la formazione del proprio sé.

La tecnica utilizzata è quella della lettura ad alta voce perché mette in evidenza la sonorità, il ritmo, gli effetti fonosimbolici del testo, crea l’abitudine all’ascolto, dilata i tempi di attenzione, induce alla creazione di immagini mentali, crea un territorio comune di idee, di immagini, di emozioni, consentendo lo sviluppo della competenza creativa, ma anche l’arricchimento della capacità simbolica che il bambino si sta via via creando. Inoltre, la lettura ad alta voce si configura come un’esperienza che procura un intenso piacere all’adulto e al bambino. La musicalità della parola e le tracce sonore modulate in base ai toni emotivi delle storie hanno assunto il ruolo di guida accompagnatrice che ha condotto per mano i partecipanti, nonché bambini dai 5 ai 10 anni. La preferenza per una lettura ad alta voce ed animata permette una maggiore flessibilità, consente cioè al narratore di plasmarla sulla base di chi ascolta, delle sue reazioni, delle emozioni di entusiasmo o paura suscitate. L’attiva partecipazione dell’adulto arricchisce l’esperienza del bambino, in quanto si sente apprezzato e capito nei sentimenti e nelle reazioni. Il tipo di lettura utilizzata, ambisce a diventare “un momento chiave, propedeutico alla formazione del piacere per la lettura più in generale. Un momento “magico” in cui il lettore si distacca, almeno in apparenza, dal mondo e dalle cose che lo circondano, dimentica tutte le sue preoccupazioni per evadere in un mondo fantastico nel quale, talvolta, resta anche dopo aver terminato la lettura. Una simile lettura la chiamiamo sensuale perché, malgrado il distacco dal mondo, investe tutti i sensi del nostro corpo, in alcuni casi tutto il nostro intelletto […]” Detti (Detti, 1987, p.12) Quando l’adulto dà voce al testo, attraverso giuste pause e intonazioni particolari, offre la possibilità di riformulare e condividere emozioni, immaginare scenari ed eventi, elaborare insieme significati e sentimenti.

Un supporto alla lettura è stato dato dal Kamishibai, nonché “dramma di carta”, antico metodo giapponese per raccontare storie che ha origine tra gli anni ’20 e ’50. Una valigetta in legno dalla quale prendono vita infiniti racconti in un susseguirsi di immagini, creando un coinvolgimento unico tra narratore e pubblico. Di seguito sono riportate alcune impressioni dei partecipanti sul kamishibai:

G: “Che ce ne facciamo di questa valigia?

F: “Non penso sia una valigia come le altre…

M: “Può essere che da lì uscirà la nostra storia…

Per animare le storie si è usufruito anche del teatro delle ombre cinesi che, sin dal primo utilizzo, ha sortito curiosità nei bambini per via della forma: una grande scatola, con due fessure laterali che permettono lo scorrere delle sagome, un panno bianco e una luce. Tale strumento è stato nominato dai bambini, fin da subito, il “televisore magico”. Sebbene sia una antica forma di gioco e di spettacolo, i piccoli partecipanti sono rimasti stupiti e meravigliati da questo strumento e una volta conclusa la lettura, hanno subito cercato di appropriarsene capendone il funzionamento.

E: “Cos’è? È strana per essere una tv.

M: “Vediamo un po’ … è una scatola!

F: “La possiamo costruire anche noi!

E: “Sapete cosa farò questa domenica con mio padre? Costruirò questa scatola e poi racconteremo le storie

Bambini: “Anche io!

Anche gli origami hanno affascinato i bambini. Questa tecnica si è utilizzata per realizzare marionette. I personaggi della storia prendevano forma e comparivano man mano che il racconto andava avanti, suscitando interesse e curiosità nei più piccoli.

Particolari musiche hanno accompagnato l’andamento emotivo della storia. La scelta di utilizzare sia il canale visivo che quello sonoro per la comunicazione del messaggio della storia ha conferito maggiore enfasi su alcuni passaggi, aiutando e aumentando il rendimento delle tecniche per stabilire il patto narrativo, mantenere attiva l’attenzione e favorire l’interiorizzazione del racconto. “I gesti funzionano simultaneamente alla voce, come evidenziatori del senso” (Lafforgue, 2005, p. 87).

Si è deciso di utilizzare un rituale musicale sia di apertura che di chiusura per diversi motivi: catturare l’attenzione, delimitare il setting e introdurre sequenze ritmate che rendono l’ambiente prevedibile.

Gli incontri di biblioterapia possono essere divisibili in tre momenti: lettura e ascolto di una storia, condivisione dei pensieri e/o drammatizzazione e laboratorio creativo volto alla manipolazione e appropriazione dei particolari vissuti provati, stimolandone la creatività.

Dopo la lettura i bambini venivano invitati a disporsi in cerchio e noi, in funzione di facilitatrici, stimolavamo l’espressione delle emozioni e impressioni suscitate dalla storia.

Ecco alcune delle riflessioni scaturite dai momenti di condivisione emotiva:

La rabbia può trasformarsi in felicità” S. 6 anni

Papà stai attento! Se si apre esce tutta la rabbia!” E. 6 anni

Chi sono io?” “Sei una bimba elegante.”

Che cosa so fare?” “Sai sorridere.”

Valgo?” “Vali quanto il mio cuore.” M. e E. 7anni

Un amico è chi ci fa compagnia” M. 7 anni

Cos’è la paura?” “La fine di qualcosa che si ha a cuore.” M. 8 anni

Come ci si sente quando si ha paura?” “Il cuore se ne va fuori.” E. 6 anni

Quale dono desidereresti fare?” “L’arcobaleno dell’amicizia” M. 7 anni

Quale dono ti piacerebbe ricevere?” “La gentilezza.” A. 8 anni

Negli spazi dedicati alla drammatizzazione, a turno, i piccoli partecipanti, potevano mettersi nei panni dei personaggi, sperimentando particolari vissuti. Proprio in uno di questi momenti, G., un bambino di 7 anni, in uno degli ultimi incontri di biblioterapia ha riconosciuto una parte di sé che faticava a vedere, ma che attraverso il gruppo dei coetanei gli è stata rimandata, tanto da riuscire ad appropriarsene. Nel momento in cui ha indossato la “corona della primavera”, drammatizzando qualche situazione in cui il personaggio protagonista si rende fulcro e promotore di iniziative accoglienti e gentili nei confronti degli altri, ha esordito così: “Per me è difficile essere gentile e altruista con gli altri”. La reazione degli altri bambini è stata un grande applauso. Questo commento evidenzia come, attraverso il percorso di biblioterapia, ci sia stata un’identificazione con i personaggi delle storie e mediante il confronto con i suoi coetanei si è iniziato dunque un processo di consapevolezza di sé.

Il primo ciclo di incontri del gruppo di biblioterapia è avvenuto a Bari, nella sede di Thalassa. Il gruppo è stato composto da 2 bambini e 5 bambine. Si sono verificati 2 drop out[6]. Tale fenomeno offre la possibilità di sottolineare un limite insito nella biblioterapia che viene descritto esaurientemente con le seguenti parole dalla psicoterapeuta infantile Alba Marcoli: “questo non è uno strumento per tutti, ma solo per chi se ne sente aiutato a capire delle cose. Se invece la risonanza emotiva che ci può dare è solo quella del fastidio o del dolore, è consigliabile chiudere il libro e metterlo da parte, oppure saltare le favole che provocano queste sensazioni. In tal caso è infatti probabile che questo non sia né lo strumento, né il momento della vita adatto a entrare in contatto con temi del mondo interno, così come è altrettanto legittimo che ciò non ci interessi né ora né mai” (2017, p.3). Questa avvertenza vale anche se la bibolioterapia si rivolge ad adulti.

[6]A causa del breve spazio a disposizione questo aspetto non verrà approfondito, tuttavia, a scopi esplicativi si può asserire che una bambina è venuta meno dopo aver frequentato qualche incontro di biblioterapia riferendo alla mamma che non aveva piacere a partecipare (durante l’ascolto di una lettura ha anche preteso la presenza della mamma nel gruppo); l’altra dopo aver espresso il suo disprezzo verso il fratello ad alta voce “Io lo ammazzo!” la mamma ha deciso di non farle frequentare gli altri incontri.

Alla fine di tale percorso, da calendario, era previsto, un incontro dedicato alla genitorialità, al quale hanno partecipato solo 3 genitori: una coppia e una madre di una bimba che ha interrotto gli incontri.

Per la buona riuscita del gruppo abbiamo fatto riferimento a dei principi condivisi da Lafforgue (2005): i libri scelti hanno rispettato il criterio di affidabilità e qualità, si è rispettato un orario preciso, si è prevista la presenza di rituali ripetitivi di ingresso e di fine, l’espressione libera in gruppo dove il ruolo dell’adulto è consistito nell’intervenire per rielaborare le emozioni, favorendo l’espressione delle associazioni creative sulla storia letta.

Per il secondo ciclo di incontri, tenutosi a Sannicandro, si sono utilizzati gli stessi strumenti e le stesse storie. L’utenza era composta da minori appartenenti alla fascia di età compresa tra i 5 e i 10 anni. La loro frequenza è stata continua. Tra i due gruppi delle due città si possono evidenziare alcune differenze: in quello di Bari la partecipazione è partita da una richiesta da parte dei genitori dettata dalla consapevolezza e dal riconoscimento di particolari problematiche riscontrate nei loro figli, a differenza del contesto di Sannicandro in cui non sono state esplicitate. In quest’ultimo gruppo i genitori accompagnavano i figli e poi andavano via, quando ritornavano a prenderli, solo pochi di loro si informavano su quello che i piccoli avevano fatto, sulle emozioni protagoniste, sulle loro impressioni e nessuno dei genitori si è presentato all’incontro a loro dedicato.

Non ci si è soffermati abbastanza sulle cause di questo fenomeno, ma si potrebbe addurre questa diversità di comportamento ad un differente significato attribuito al gruppo di biblioterapia. A Sannicandro è stato organizzato il sabato mattina, giorno della settimana in cui le scuole sono chiuse e mancano sul territorio ludoteche. Probabilmente lo spazio di biblioterapia è stato vissuto dai genitori come un posto dove poter accompagnare il figlio mentre si è occupati. Questa ipotesi non è verificabile ed è soggetta a confutazioni in quanto la sensibilità mostrata dai genitori verso il lavoro psicologico fatto dai bambini si è evinta nei seguenti cicli di biblioterapia, tenutisi sempre a Sannicandro, mentre a Bari non si è mantenuta la continuità degli incontri.

Risultati.

Considerata l’ipotesi iniziale del presente lavoro e per osservare i risultati attesi abbiamo utilizzato una tecnica proiettiva. Per poter verificare il tutto, oltre all’osservazione clinica, durante l’ultimo incontro, si è utilizzata la tecnica proiettiva del “Test dell’albero” (Der Baumtest). Si tratta di un test la cui consegna è: “Disegna un albero”. Considerato l’albero simbolo dell’uomo per l’analogia della posizione eretta, l’albero disegnato viene a simbolizzare la persona che lo disegna, riuscendo a catturare anche i suoi vissuti emotivi più profondi. Pertanto il modo in cui un individuo disegna un albero ci parlerà di sé. Attraverso il disegno dell’albero il nostro obiettivo è stato quello di monitorare eventuali cambiamenti nella percezione di sé e valutare anche la loro maggiore consapevolezza emotiva, attraverso l’inchiesta e il racconto dei partecipanti della traccia grafica eseguita. I risultati che ne sono derivati confermano l’ipotesi iniziale. I bambini hanno utilizzato il test come momento espressivo, attraverso il quale comunicare alcuni aspetti di sé, come una fotografia dei loro vissuti.

I bambini hanno mostrato una maggiore consapevolezza nella gestione delle emozioni e una maggiore consapevolezza di sé.

Conclusioni.

La biblioterapia è uno strumento utile per facilitare la comprensione empatica del mondo emozionale e cognitivo proprio ed altrui. Leggere e ascoltare storie aiuta a prendere consapevolezza di alcune parti del sé, diventando padroni della propria storia. Durante la lettura di una storia, ognuno, nel proprio ruolo di ascoltatore e lettore, fortifica la relazione che si crea tra adulto e bambino come luogo d’incontro tra parti del mondo esterno e parti del mondo interno.

L’esperienza del gruppo di biblioterapia ha permesso di creare uno spazio di contenimento emotivo rivolto ai più piccoli, con ripercussioni anche su i loro caregivers. Spesso chi ha partecipato agli incontri di biblioterapia, stava attraversando un periodo di cambiamento e aveva bisogno di un supporto specialistico per poter affrontare al meglio determinate situazioni (divorzi, adozioni, affidi, conflitti nelle relazioni tra fratelli; questi sono alcuni esempi di temi di richiesta d’attenzione portati dai caregivers). Attraverso la costruzione di un setting accogliente e sicuro e l’utilizzo di strumenti espressivi, quali storie e laboratori creativi, abbiamo permesso ai più piccoli di poter esprimere le loro paure e preoccupazioni e mediante il confronto con i coetanei, nella forma del piccolo gruppo[7], si è data la possibilità di poterle dipanare.

Con l’esposizione del presente lavoro abbiamo voluto dimostrare quanto sia efficace utilizzare le storie con i bambini perché è ormai noto che chi è più esposto alle narrazioni sviluppa maggiore elasticità mentale, maggiore propensione alla creatività e costruzione di scenari possibili da integrare a quelli già costruiti.

Il gruppo di biblioterapia ha rappresentato per noi una sfida: portare in diversi contesti [8]un nuovo modo di relazionarsi con il mondo dell’infanzia, dotando i più piccoli di nuovi strumenti da utilizzare per poter esprimere e gestire il loro mondo interiore.

[7] Con “piccolo gruppo” intendiamo una forma particolare di gruppo con determinate caratteristiche che lo differenziano dal gruppo psicoterapeutico analitico propriamente detto.

Se i membri funzionano e operano insieme come gruppo, il migliorato funzionamento dell’intero gruppo costituisce il compito. Pertanto il gruppo stesso diventa il primo piano (la figura) e gli individui vengono visti come sfondo. Il principio è quello della “libera discussione” delle difficoltà comuni. In tale discussione tutti dovrebbero essere schietti, partecipare attivamente e affrontare gli attriti superflui e le emozioni negative. In questo processo entrano alcune caratteristiche della psicoterapia e i partecipanti potranno superare i propri conflitti, acquisire maggiore libertà e maturare psichicamente. Man mano che migliora il gruppo, anche gli individui ne traggono beneficio. La particolare disposizione in circolo è importante, in quanto un cerchio permette a ogni membro di vedere ogni altro membro e anche il conduttore. Offre la migliore situazione faccia a faccia in cui tutti sono alla pari. Le dimensioni del cerchio sono significative: se i posti dei partecipanti sono vicini tra loro, questi potrebbero sentirsi spinti contro voglia verso un rapporto troppo intimo; mentre quando tutti i membri di un gruppo si avvicinano tra loro stanno esprimendo particolari contenuti.

[8] Oltre all’ “Associazione Thalassa” a Bari e a “il Cantiere Urbano” a Sannicandro di Bari, abbiamo sperimentato il gruppo “Colibri: biblioterapia, letture animate e laboratori creativi” anche in una scuola primaria di Bari.

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