Dietro la mascherina, dietro lo schermo. Riflessioni sulla Baby Observation durante la pandemia.

Dietro la mascherina, dietro lo schermo. Riflessioni sulla Baby Observation durante la pandemia.

Riassunto.

L’articolo propone spunti di riflessione a partire da un’esperienza di Baby Observation condotta da un gruppo di specializzande in psicoterapia psicoanalitica durante la pandemia di Covid 19. Viene mostrato il lavoro di osservatori e docente per conciliare la metodologia classica secondo il modello di Ester Bick, con gli adattamenti resi necessari da limiti e divieti imposti dal nuovo contesto storico. Si propongono considerazioni ed esemplificazioni riguardo al riassetto esterno ed interno necessario per far fronte ad una situazione mai sperimentata. Vengono inoltre poste a confronto la modalità osservativa in presenza, mediata dall’utilizzo dei DPI, con quella in remoto, sottolineando i vissuti degli osservatori e formulando ipotesi su quelli delle famiglie e mettendo in evidenza specificità, limiti e vantaggi delle diverse metodologie. Vengono proposti inoltre spunti di riflessione sul tema della nascita al tempo della pandemia, sulle ripercussioni sulla genitorialità e su alcuni passaggi evolutivi dei bambini.

Abstract.

The article offers some reflections starting from a baby observation experience carried out by a group of psychoanalytical psychotherapy residents during the Covid 19 pandemic. It shows the work of observers and teachers to reconcile the classical methodology according to Ester Bick’s model, with the adaptations made necessary by the limits and prohibitions imposed by the new historical context. Considerations and examples are given of the external and internal reorganization required to cope with a situation that has never been experienced before. In addition, the observation method in presence, mediated by the use of PPE (personal protective equipment), is compared with the remote one, underlining the experiences of the observers and formulating hypotheses on those of the families and highlighting specificities, limits and advantages of the different methodologies. Reflections are also proposed on the theme of birth at the time of a pandemic, on the repercussions on parenting and on some stages of child development.

Autori: Giuliana Bruno*, Francesca De Vita**, Sara Sangiorgi***, Cinzia Schiappa****

* Docente Supervisore Corso di Specializzazione ASNE-SIPSIA

Socio Ordinario SIPSIA

bruno.giuliana@tiscali.it

**Psicologa Specializzanda Corso di Specializzazione ASNE-SIPSIA

 de.vita.francesca@outlook.it

***Psicologa Specializzanda Corso di Specializzazione ASNE-SIPSIA

sarasangiorgi@hotmail.it

**** Psicologa Ph.D. Specializzanda Corso di Specializzazione ASNE-SIPSIA

cinzia.s92@gmail.com

Introduzione.

Il lavoro che introduco brevemente nasce dalla preziosa collaborazione con un piccolo gruppo di specializzande del Corso di Psicoterapia Psicoanalitica dell’Infanzia dell’Adolescenza e della Coppia ASNE- SIPSIA, presso il quale conduco da diversi anni il seminario della Baby Observation.

È il prodotto, dunque, di un confronto a più voci e di una scrittura a più mani. Abbiamo pensato di proporlo come prima elaborazione di un’esperienza che ci ha profondamente coinvolte e anche destabilizzate ma che, proprio per questo, ci è sembrato richiedesse una particolare attenzione ed una graduale e progressiva sistematizzazione.

I temi che tratteremo sono complessi e per certi aspetti solo accennati, ma ci auguriamo che possano stimolare interesse in altri colleghi con i quali confrontarci e avviare nuovi approfondimenti.  

Il lockdown e il perpetuarsi della pandemia hanno richiesto a noi tutti di mettere in atto strategie di protezione dal virus. Il distanziamento fisico, l’uso della mascherina, le procedure di igienizzazione e sanificazione, divenute pratiche consuete e necessarie, hanno comportato molti aggiustamenti nel modo di incontrare i nostri pazienti e di svolgere le psicoterapie.

Dopo un iniziale momento di sconcerto, si sono studiate soluzioni per mantenere la continuità del lavoro terapeutico e attivati scambi sempre più intensi all’interno della comunità scientifica, per condividere riflessioni proprio sulle nuove modalità di lavoro e sulle tematiche emerse con i pazienti in un periodo così difficile.[1]

Il lavoro in remoto ha preso sempre più forma e si è esteso in diversi ambiti. Si è parlato molto di DAD per tutte le scuole, inclusa la formazione universitaria, forse un po’ meno di quella post-universitaria specialistica.

In questo scritto, ci occuperemo proprio di quest’ultima e, in particolare, della nostra esperienza all’interno del percorso di formazione dei futuri psicoterapeuti in una scuola, come la nostra, ad orientamento psicoanalitico. Mi sembra che ancora poco si sia condiviso sul cambiamento che anche in questo ambito, ancor più che in altri, docenti e allievi hanno dovuto affrontare. La formazione psicoanalitica ha diversi vertici: teorico, clinico, analitico e di supervisione. In ognuno di essi l’incontro tra persone in vivo ha sempre costituito l’humus su cui si innesta la crescita di ogni futuro analista o psicoterapeuta, sia che si occupi di età evolutiva che di adulti.

Il seminario della Baby Observation che viene proposto agli specializzandi del nostro Corso nei primi due anni, e oggetto di questo scritto, ha comportato inevitabilmente una serie di aggiustamenti, suscitato quesiti e riflessioni, in buona parte ancora aperti, ma che gli allievi hanno voluto iniziare a condividere ed elaborare.

Come è noto, questa esperienza, che si basa sul modello dell’osservazione diretta partecipe proposto negli anni ‘60 da Ester Bick, è richiesta dalle scuole di formazione ad orientamento psicoanalitico e costituisce uno dei primi momenti per gli allievi di incontro con la clinica.[2]

[1]Nel giugno 2020 il Corso ASNE-SIPSIA ha organizzato una mattinata di studio da titolo: “La creatività nell’esperienza clinica in tempo di coronavirus”. I lavori presentati in quell’occasione sono stati pubblicati sulla rivista Richard e Piggle n.  29,1,2021.

[2]Il modello prevede l’osservazione con frequenza settimanale della durata di un’ora, presso una famiglia, a partire dalle fasi finali della gravidanza, fino ai due anni del bambino. Altro importante vertice di tale esperienza è la stesura dei protocolli osservativi, il più possibile dettagliata e arricchita dalle riflessioni e da riferimenti alla qualità emotiva dell’esperienza, cui segue la lettura e la discussione dei protocolli stessi da parte di ogni allievo a turno, in un piccolo gruppo condotto da un docente.

È un’esperienza altamente formativa perché permette di assistere “in diretta” alla nascita dell’ambiente psichico e reale in cui il nascituro sarà accolto, di cogliere in dettaglio il costituirsi della relazione del bambino con il suo ambiente nella sua unicità e specificità, di osservare e comprendere le potenzialità o i limiti di tale relazione nei diversi momenti della crescita, le risorse che si attivano o meno per affrontare i momenti di crisi. Infine, ma non per ultimo, gli specializzandi apprendono, attraverso l’esperienza, a confrontarsi con la posizione di ascolto analitico partecipe ma non neutrale, e per questo carico di emozioni e di elementi da elaborare.

Entrare in contatto con le fasi precoci dello sviluppo, con l’area non verbale degli inizi, spesso carica di tensioni o angosce arcaiche, costituisce per gli allievi, per lo più di giovane età, un’esperienza emotivamente molto coinvolgente che trova nel gruppo un valido supporto, quando naturalmente questo riesca ad attivare le funzioni di contenimento a sostegno all’elaborazione.

Il gruppo diviene cassa di risonanza emotiva, fornisce la possibilità di letture multiple del materiale osservativo, apre su tematiche dello sviluppo importanti questioni, sollecita movimenti di integrazione tra le teorie e le esperienze cliniche che appartengono agli altri seminari parte della formazione.

Incontrarsi in gruppo richiede anche al supervisore una particolare attenzione al clima emotivo che si crea di volta in volta, che si “respira” si potrebbe dire e che può costituire una spinta propulsiva alla crescita o a volte anche freno al fluire libero del pensiero.

Arriverei al centro di questa breve presentazione per lasciare spazio alla voce delle giovani colleghe che si sono interrogate sulle ripercussioni della pandemia sulla qualità della loro esperienza osservativa e sulle relazioni dei bambini con il loro ambiente e con l’osservatore stesso, ora collegato in remoto, ora presente, quando è stato possibile, all’interno delle regole indicate dai Decreti governativi.

Ma prima di passare loro la parola, vorrei anche dare voce ai miei vissuti come docente e ai passaggi che ho condiviso con il gruppo, e anche con i colleghi docenti degli altri seminari della nostra scuola, quando abbiamo appreso di non poterci più incontrare in presenza per l’inizio del lockdown.

Come ricordano le colleghe, il gruppo si era costituito da poco….

“Ora come facciamo a iniziare la nostra osservazione? Avrei dovuto fare il primo incontro” ….  “E noi come facciamo a continuare?”.

Erano questi i primi quesiti urgenti cui si univano quelli dell’intero corpo docente, non certo abituato al lavoro da remoto e alle prese con ansie, rifiuti degli strumenti tecnologici, ma anche con l’impegno necessario per imparare a utilizzarli per non perderne le potenzialità, anzi per poter strutturare una continuità nel lavoro formativo. Cosa sarebbe stato dell’esperienza della Baby Observation? Avremmo dovuto chiedere agli studenti di sospenderla per rinviarla a tempi migliori in cui sarebbe stato possibile di nuovo incontrare le persone? Eravamo tutti, docenti e allievi, piuttosto disorientati e a tratti avviliti.

Abbiamo iniziato però molto presto a trovare il modo di rivederci in remoto. Tanti piccoli “quadretti” sullo schermo del pc, cui ora siamo abituati, ma inizialmente con collegamenti un po’ incerti e assetto mentale da ricreare. Ricordo di aver comunicato agli allievi una mia strana sensazione: nonostante vedessi ognuno chiaramente posizionato nella propria abitazione, li

immaginavo in gruppo, ancora seduti in cerchio nell’aula della nostra scuola dove eravamo abituati ad incontrarci. La nuova realtà ancora non si era stabilizzata dentro di me in un nuovo schema rappresentativo. Li vedevo con visi sconcertati e tristi. Avevamo perso qualcosa di importante, ma avremmo comunque dovuto pensare a come vivere la nuova realtà, rimanendo noi stessi vivi, e a come mantenere un atteggiamento di studio e di ricerca da portare avanti, anche se pieni di tanti dubbi e interrogativi. Avremmo comunque lavorato insieme. Per farci coraggio mi appellavo anche a ciò che i grandi analisti, nella storia, avevano potuto trarre dalla terribile esperienza delle due guerre mondiali studiando, anche in condizioni a volte difficili o traumatiche, la vita psichica degli adulti e dei bambini in relazione proprio alle specifiche condizioni destabilizzanti.

Così, armati di voglia di andare avanti, ci siamo avventurati anche nell’esperienza delle osservazioni condotte da remoto. Avevamo già condiviso un periodo di lavoro in presenza che era stato possibile per una parte del gruppo, mentre altri allievi avrebbero dovuto iniziare. Cosa sarebbe successo? Non avevamo una risposta.

Oggi, grazie ad un lavoro lungo e intenso, abbiamo a disposizione molto materiale osservativo che ci ha permesso di iniziare a pensare e ad elaborare l’esperienza che abbiamo vissuto in un momento così particolare della nostra vita e di quella delle famiglie che generosamente hanno accolto le osservatrici.

Le riflessioni che le specializzande hanno prodotto mettono l’accento, come si vedrà, sugli aspetti tecnici dell’osservazione, su accostamenti e similitudini con la tecnica classica, grazie anche alla possibilità di confrontare l’esperienza tra chi ha potuto continuare, appena è stato possibile, la sua osservazione in presenza, e chi invece ha dovuto utilizzare solo i collegamenti da remoto. Dunque, come sono stati osservati i bambini e le loro famiglie? Su quali temi gli osservatori sono stati convocati a interrogarsi singolarmente e in gruppo?

Ogni famiglia meriterebbe un’attenzione specifica, ma ci sembra importante iniziare a riflettere su ciò che genitori, bambini e osservatori hanno vissuto in questo momento storico così importante, aprendo anche un confronto, che ci auguriamo, con altri colleghi.

Come supervisore del gruppo ho sentito che accanto al sostegno e all’incoraggiamento per iniziare o continuare la propria esperienza osservativa, se pur in condizioni difficili, è stato fondamentale mantenere fermi alcuni punti del setting interno anche in assenza di quello esterno consueto. Cercare dunque di leggere ciò che era osservato, tenendo conto della dimensione inconscia fondamentale, per poter formulare “inferenze”, ipotesi sulla qualità della relazione dei bambini con il loro ambiente, cogliere il clima affettivo, riconoscere e lavorare sui propri vissuti, non assumere posizioni rigide di giudizio, o troppo attive o amicali, ricercare dunque continuamente l’equilibrio tra essere “dentro” la famiglia e sufficientemente “fuori”. Questo aspetto naturalmente è stato molto influenzato dal reale essere fuori o dentro l’ambiente reale della famiglia e dallo strumento tecnologico che ha mediato gli incontri.

Entriamo dunque nel merito delle considerazioni formulate dalle osservatrici.

Cambiamenti metodologici nella Baby Observation ai tempi della pandemia.

La pandemia ci ha messo di fronte ad una situazione del tutto sconosciuta che ha accomunato, in quanto al grado di incertezza, noi studenti, i docenti e le stesse famiglie che avremmo dovuto osservare.  Per noi si trattava di apprendere il metodo osservativo, ma le particolari circostanze ci richiedevano di apprenderlo modificandolo, tollerando non solo l’ansia legata alla presenza minacciosa del virus, ma anche i vissuti di perdita rispetto al percorso formativo che ci eravamo immaginati e che ci era stato proposto al momento della nostra iscrizione al Corso di Specializzazione.

La creatività e la fiducia ci hanno guidate nel cercare di “metterci comode” di fronte a questo progetto, che è stato vissuto da ognuna con passione e determinazione, con il desiderio di cogliere il più possibile, anche da questa situazione eccezionale, un’opportunità formativa. Per alcune di noi, il piccolo schermo, sentito inizialmente come ostacolo, fonte di limiti frustranti, è diventato nel tempo sempre meno ingombrante. Anche i colleghi che, invece, hanno avuto la possibilità di osservare in presenza, recandosi a casa del bambino non appena è stato possibile, hanno trovato una sorta di adattamento alla situazione e un modo di collocarsi nell’ambiente più rilassato e personale. Si trovavano, infatti, comunque a dover seguire un protocollo di sicurezza che obbligava ad indossare la mascherina e a mantenere la distanza di almeno un metro, e questo ha comportato la necessità di fare i conti con una posizione “scomoda e limitante” e una buona dose di ansia, soprattutto quando tutto era nuovo e ognuno di noi viveva con la sensazione descritta così da una collega: “vivo sapendo che nell’aria c’è un virus che non posso toccare, non posso vedere e non posso sentire”.

L’avventura della Baby Observation è stata, dunque, sin dall’inizio accompagnata da tante domande e incertezze che coinvolgevano anche il docente del nostro seminario, ma che hanno costituito la base condivisa per inoltrarci in sentieri sconosciuti con curiosità e fiducia. La nostra generazione si muove certo con disinvoltura nell’uso degli strumenti tecnologici, ma ciò non ci sollevava dalla preoccupazione di doverli usare al di fuori della nostra sfera privata e sulla ricaduta del loro uso forzato nel nostro percorso di formazione.

Abbiamo condiviso nel gruppo i nostri vissuti del momento. La paura e l’incertezza riguardo al virus all’inizio sconosciuto e la cui portata di morte incombeva su tutti, ci confrontavano con angosce persecutorie e ci mettevano in contatto anche con modalità ossessive di difesa, legate non a conflitti interni, come nel disturbo ossessivo, ma a tutto ciò che in quel momento eravamo invitati a fare ripetutamente durante le nostre giornate (distanziamento, igienizzazione degli ambienti, lavaggi ripetuti delle mani, etc.) e che ci rendevano tutti “sanamente ossessivi”.

In questa cornice, ci saremmo avvicinate alle nostre famiglie consapevoli del fatto che avremmo dovuto leggere, in una chiave adattata alla situazione, i vissuti persecutori o eventuali manovre di difesa e che avremmo dovuto aggiungere al nostro lavoro osservativo un’attenzione particolare al metodo che stavamo utilizzando, tenendo conto della realtà così drammatica con cui tutti ci stavamo confrontando.

Vorremmo, dunque, iniziare il nostro contributo con alcune riflessioni riguardo alle due modalità osservative, da remoto e in presenza, che abbiamo potuto mettere a confronto nella cornice del periodo della pandemia. In un secondo momento, accenneremo ad alcuni temi che sono emersi in maniera specifica nel corso delle nostre osservazioni e che hanno attraversato le famiglie accompagnate dai nostri sguardi. 

In presenza: l’osservatore in casa come potenziale veicolo del virus.

Per l’osservatore entrare in casa di una famiglia è sempre un passaggio molto delicato. Soprattutto nella fase iniziale, il tema di dove e come collocarsi, sia in termini concreti che rispetto al proprio ruolo nella famiglia, occupa un posto importante. Questo aspetto, seppur comunemente oggetto di preoccupazione per gli osservatori, è indicatore, specie nelle fasi iniziali, anche dello spazio riservato alle figure “terze” rispetto alla diade madre-bambino, che possono avere funzioni separative o attivare fantasie persecutorie o, al contrario, di sostegno. Tutto ciò si è colorato di vissuti specifici durante il periodo della pandemia, che ci hanno portato a confrontarci sul complesso intreccio tra realtà esterna concreta e vissuti o rappresentazioni interne più o meno consapevoli. Vorremmo attingere come esemplificazione del nostro lavoro all’esperienza di una collega del gruppo che ha svolto l’osservazione in presenza. Ci riferiva che durante i primi mesi, quando il piccolo rimaneva ancora fermo sul suo tappeto, non era sorto ancora lo stato di preoccupazione rispetto all’avvicinamento, e quindi il fatto di considerarsi come un possibile veicolo di contagio del virus. Per lo più lo stato di preoccupazione è sorto tra i 6 e i 7 mesi, quando il bambino ha iniziato a gattonare appoggiando le manine sullo stesso pavimento che veniva calpestato con le scarpe dall’osservatrice. Si avvicinava a quest’ultima e le toccava i vestiti che aveva indossato per tutto il giorno lavorativo. Spesso si sono attivate in lei diverse paure ipocondriache. Rispetto la presenza dei DPI, c’è da dire che solamente l’osservatrice indossava la mascherina, mentre la famiglia non l’ha mai indossata. Questa caratteristica è stata discussa anche nel gruppo. Di certo, non era una famiglia negazionista, mostrava comunque uno stato di moderata preoccupazione per il contesto storico che abbiamo attraversato. Non risultavano irrispettosi ed erano invece sempre accoglienti nei suoi confronti. Di fatto l’osservatrice, in relazione non solo con il nucleo, ma con il mondo esterno, percepiva un potenziale pericolo per il piccolo se si avvicinava e la sollecitava, e doveva trattenersi dall’interagire spontaneamente. Sentiva di dover proteggere il bambino e la famiglia dal contagio evitando lei stessa, per quanto possibile, il contatto fisico e decidendo di aumentare i sistemi di protezione, indossando dei calzari. Così ci siamo chieste: come mai solo l’osservatrice sembrava portare su di sé il vissuto di pericolosità del contagio?

In questo caso, ci sembrava che fosse necessaria una riflessione sullo spazio non solo reale ma anche psichico che l’osservatrice aveva occupato nella famiglia. Si trattava infatti di un nucleo familiare in cui gli elementi di idealizzazione della relazione si erano presentati in modo preponderante. L’osservatrice era stata tenuta distante nei momenti più difficili, a ridosso del parto vissuto traumaticamente e poi riaccolta quando l’equilibrio era stato ristabilito. Nelle sue osservazioni, il nucleo si presentava fermamente costituito da madre, padre e bambino stretti in una relazione calda, fusionale, gioiosa e idealizzata. Anche l’osservatrice sembrava godere e nutrirsi di questo clima, nel quale veniva assorbita.

Gli elementi differenzianti tra i membri della famiglia e tra la famiglia e l’osservatrice sembravano dunque difficilmente integrabili e, in questa dimensione, il virus portato dall’esterno era percepito solo dall’osservatrice come fonte potenziale di pericolo, mentre veniva escluso dalla percezione della coppia di genitori.

Con il procedere dell’osservazione, è stato maggiormente evidente come il timore della caduta dall’idealizzazione fosse caratteristico della famiglia osservata. In particolare, l’aggressività vitale del bambino, manifestata attraverso sue grida e proteste o semplici affermazioni del Sé, erano vissute dai genitori, specie all’inizio, come elementi disfunzionali anziché evolutivi e ciò creava in loro preoccupazione, e a tratti uno stato depressivo. Avremo modo di tornare più avanti su questi aspetti. 

Da remoto: l’osservatore in casa senza passare dalla porta.

 L’osservazione da remoto è stata certamente un’opportunità per ovviare al problema del timore del contagio con tutte le declinazioni possibili, offrendoci la possibilità di portare avanti il progetto di osservazione con numerosi arricchimenti, ma anche con difficoltà. Gli schermi del computer o del cellulare hanno svolto, in questo senso, la duplice funzione di proteggere distanziando e mantenere il contatto lasciando “altrove” il pericolo. Osservare attraverso lo schermo ha permesso di entrare nell’ambiente familiare dei bambini e allo stesso tempo accoglierlo nel nostro spazio, creando così reciprocità, seppur con delle differenze importanti.

L’osservatore, in primo luogo, era forzato in una posizione statica, passiva rispetto alla possibilità di confrontarsi, come in presenza, con tutto sé stesso nell’ambiente attraverso il corpo e la propria collocazione nello spazio. I collegamenti avvenivano sempre dalla stessa postazione resa il più possibile neutrale. Il raggio di visione dell’osservatore risultava circoscritto e fondamentalmente gestito dalla famiglia, così come la scelta degli ambienti da mostrare o delle inquadrature, naturalmente a favore di quest’ultima. Siamo state trasportate durante i nostri collegamenti nei diversi ambienti della casa, avvicinate o allontanate con zoomate improvvise su oggetti e persone. A volte abbiamo avuto la sensazione, invece, di trovarci sempre nello stesso posto, come se ci fossimo sedute sempre sulla stessa sedia, ma di non poterci muovere da quella posizione e di non poter usare lo sguardo liberamente. Una collega scrive: “quando apro la videochiamata, vedo il bimbo e la mamma in sala davanti al divano e deduco che il telefono e quindi io, sia appoggiata sul divano, da cui avvengono spesso le mie osservazioni, soprattutto da quando il bambino ha iniziato a camminare e la mamma gli sta più dietro”.

Il movimento tra le diverse stanze totalmente gestito dalla famiglia e la passività di noi osservatrici sono aumentate con la crescita dei bambini e con il naturale aumento degli spostamenti nella casa. Una collega scrive: “improvvisamente non ho visto più nulla perché il bambino ha preso in mano il telefono e ha avvicinato il suo viso sullo schermo che vedevo schiacciato e questo mi ha fatto molto ridere e ho pensato a quanto il contenuto da osservare fosse deciso dall’altro e non da me”. Un’altra esperienza significativa è riportata da una collega che riferisce che la mamma ha preso in braccio la bambina e poi le ha detto “tu prendi C. (riferendosi all’osservatrice), così andiamo tutte e tre in sala”, quindi la bambina ha afferrato il telefono e “portato in braccio” l’osservatrice fino al divano.

Ferme nella nostra postazione e spesso affaticate dalla modalità diversa di contatto con le famiglie, abbiamo però spostato l’attenzione sull’uso che la famiglia faceva delle inquadrature perché ci sembrava che fossero molto indicative di ciò che genitori o bambini, divenuti più grandicelli, volessero sottolineare per attivare lo sguardo dell’osservatrice. Questo aspetto è stato motivo di confronto anche con i colleghi che hanno svolto l’osservazione in una fase pre-covid e che spesso hanno riportato nei loro resoconti l’inaccessibilità di alcuni ambienti della casa. Sono state descritte, infatti, molte porte chiuse, stanze mai viste o al massimo sbirciate da una porta socchiusa. Sulla base della nostra piccola esperienza, ci è sembrato che queste “porte chiuse” siano state decisamente minori nell’osservazione da remoto piuttosto che in quella in presenza. Le osservatrici da remoto sono state portate, passo passo, in tutte le stanze della casa, anche quelle più intime e spesso ci siamo chieste: “se fossimo state in presenza saremmo entrate con questa facilità nella camera da letto o nel bagno?”. Una collega racconta che, durante un’osservazione da remoto, è stata posizionata nel letto matrimoniale, tra i due genitori, mentre la mamma allattava al seno la bambina. La sensazione era proprio quella di stare nel lettone con mamma e papà, sentiva anche di dover essere più silenziosa del solito, empatizzando con l’atmosfera di calma e riservatezza che l’ambiente richiamava. La settimana successiva, la collega ha svolto l’osservazione in presenza e, dopo un momento iniziale in cui tutti i membri della famiglia si sono ritrovati in cucina, si è verificata la stessa scena della volta precedente, ovvero la mamma è andata in camera da letto, si è sdraiata e ha iniziato ad allattare la bambina. In questo caso, l’osservatrice non è stata invitata esplicitamente ad entrare in camera, così è rimasta seduta al tavolo della cucina, potendo osservare la scena a distanza. Eppure la scena era la stessa, e anche l’osservatrice. A proposito di intimità, nell’osservazione da remoto non sono mancati zoom su parti del corpo intime del bambino e della madre ed anche in questo caso ci siamo domandate se in presenza avremmo avuto modo di osservare ciò con la medesima dovizia di dettagli. Chi ha svolto l’osservazione da remoto ha, paradossalmente, percepito molto più “corpo” di chi è andato in presenza durante il covid, ci sono state delle circostanze che hanno imbarazzato l’osservatrice, la quale non aveva modo di sottrarsi ad alcune inquadrature proposte dalla famiglia.

La prevalenza del contatto visivo e verbale ha certamente reso unica l’esperienza delle nostre osservazioni e ci è sembrato che il tema della vicinanza e della distanza, della discontinuità e della continuità della relazione, meritassero un’attenzione particolare e avessero una specifica valenza per ogni nucleo familiare. La relazione tra osservatore e osservati, anche se ravvicinata, rimaneva dentro uno schermo bidimensionale, e forse proprio la mediazione dello schermo alterava anche il vissuto di intimità quasi “raffreddandolo dall’intensità delle emozioni”. Eravamo molto attente a ciò che ci veniva mostrato, ma certamente il nostro assetto mentale, come quello di chi osservavamo, subiva delle alterazioni delle quali a volte eravamo inconsapevoli ma che, solo in un secondo momento, quello della elaborazione condivisa, divenivano più chiare. Ad esempio, ci siamo rese conto della mancanza, oltre che della libertà di osservare usando e gestendo il movimento del corpo e dello sguardo, anche di quanto incidesse la privazione del senso dell’olfatto.  Esemplificativo di ciò è stato quanto riferito da una collega durante un’osservazione da remoto: “….il papà bacia la figlia e dice “odorino di bambina, peccato tu non lo possa sentire”.

Un altro aspetto che abbiamo notato differente nell’osservazione da remoto è che l’osservatrice era portata a parlare di più, poiché è venuta meno la parte di corporeità e comunicazione non verbale data, ad esempio, da sospiri e silenzi che, in presenza, sembrano riempire lo spazio comunicativo.

Silenzi e pause durante l’osservazione e tra un’osservazione e l’altra venivano spesso anche riempiti  dai genitori dei bambini con racconti, coinvolgimenti nelle attività personali svolte in casa, o invio di immagini o video che permettessero all’osservatrice  una maggiore condivisione dei progressi dei bambini e  la richiamassero, a nostro parere,  a svolgere anche una funzione di testimonianza, esterna alla famiglia, di continuità delle esperienze, data la situazione di grande isolamento in cui le famiglie si trovavano.

L’osservatore “mezzo viso” e l’osservatore “mezzo corpo”.

I bambini come hanno vissuto gli incontri reali o virtuali con le osservatrici?

Certamente nei primi mesi la loro esperienza è stata sostenuta e mediata dai genitori, ma con il progredire della crescita essi stessi sono diventati più partecipi. Abbiamo riflettuto e ci siamo chieste come i bambini stessero ricevendo stimoli sensoriali e sollecitazioni per i loro apparati percettivi diversi e forse impegnativi da integrare. Se nella relazione con i genitori erano in contatto con la corporeità e con i volti degli adulti e i propri completi, in quello con le osservatrici, invece, si trovavano ora con la collega in presenza piuttosto statica e distante e “a mezzo viso” per l’uso della mascherina, ora con quella nello schermo “mezzo corpo” e comunque irraggiungibile nella sua corporeità e tridimensionalità. Come avranno potuto integrare queste diverse esperienze di relazione umana è difficile a dirsi. Certo quello che abbiamo notato è una capacità di adattamento dei bambini abbastanza sorprendente, i cui costi per ora sono sconosciuti. I bambini sembrano avere appreso diversi linguaggi che hanno consentito di mantenere la relazione con diverse tipologie di adulti. Ad esempio, la collega che ha condotto l’osservazione in presenza ha riportato come lo sguardo per il bambino fosse divenuto un potente veicolo comunicativo. È stato possibile osservare come, anche se il neonato non vedeva il sorriso dell’osservatrice, sembrava già saperne decifrare l’espressione degli occhi sorridenti, così a sua volta le sorrideva. Tuttavia, il bisogno di ritrovare una rappresentazione completa del viso dell’osservatrice simile a quella a lui nota nella relazione con gli altri adulti, sembra essere rappresentata da un simpatico episodio intorno agli 11 mesi di età. Dopo aver più volte tentato di avvicinarsi all’osservatrice e averla sollecitata in più occasioni, ad esempio battendole la mano sulla gamba oppure aggrappandosi ai capelli con l’intenzione di salire sulle sue ginocchia, l’osservatrice, con il consenso dei genitori, ha deciso di sollevarlo ed ecco cosa è accaduto: “Il piccolo appena salito ha allungato la mano tirandomi giù la mascherina dal volto. Ci siamo guardati sorridendoci, visivamente a vicenda per la prima volta. Da quel giorno ogni qualvolta vado via, una volta uscita dalla porta di casa mi abbasso la mascherina e ci salutiamo, sorridendoci.”.

Le osservatrici virtuali hanno avuto modo, come anche già accennato, di avere scambi con i bambini in cui essi sono stati sempre più partecipi. Non appena i bambini sono stati in grado di farlo, hanno iniziato a interagire con l’osservatrice chiusa nel cellulare sostenuti dai genitori che, a loro volta, sollecitavano i bambini anche a giocare con l’osservatrice. A tal proposito, risulta esemplificativa la testimonianza di una collega che ha più volte riferito questa scena: “la mamma metteva il telefono nel recinto insieme alla bambina, spostava il telefono e intimava la bambina a raggiungere l’osservatrice, poi spostava nuovamente il telefono commentando – dai vai da C. (riferendosi all’osservatrice)”. Ma chi era quella figura per loro? Come avrebbero potuto assimilarla ai genitori e a sé stessi con un corpo? Sarebbero stati in grado di riconoscerla al momento dell’incontro in presenza? La stessa collega dell’episodio di cui sopra, che ha iniziato l’osservazione da remoto per poi proseguirla in presenza, ha avuto la percezione che la bambina la riconoscesse, nonostante la mascherina, poiché la prima volta che è andata in presenza è stata accolta da grandi sorrisi, proprio come quando iniziava la videochiamata. Ma per il bambino si è trattato ancora una volta di fare un’operazione di riconoscimento e integrazione degli stimoli. L’osservatrice, prima virtuale, mezzo corpo, ma viso intero, ora si proponeva come reale, stessi occhi, stessa voce ma “mezzo viso”.

Nascere e crescere durante la pandemia.

Vogliamo ora condividere qualche riflessione riguardo alcuni temi che ci sono sembrati particolarmente significativi nel corso della nostra esperienza come osservatrici. Iniziamo dalla nascita dei bambini e dal diventare genitori nel periodo della pandemia

Mentre ci apprestavamo a incontrare le nostre famiglie, entravamo nel pieno della pandemia, immersi in un clima di paura, di incertezza, sopraffatte dalle immagini di ospedali, da quelle dei camion militari che trasportavano le vittime del Covid-19, da racconti di morti solitarie senza un saluto e di solitudini nei reparti, inclusi quelli in cui le donne si apprestavano ad andare a partorire. Le reazioni delle persone erano di angoscia, di rabbia, di tristezza, così come si andavano attivando sistemi difensivi individuali o collettivi. 

Eppure, in questo clima così caratterizzato dal pericolo e dalla morte, tante coppie si sono trovate ad accogliere nuove vite. Con una sollecitazione così intensa sul piano sociale riguardo i temi della morte, del futuro incerto, sulla solitudine, quante risorse le giovani coppie, futuri genitori, hanno dovuto attivare per accedere ai normali processi di trasformazione della genitorialità?

Mentre noi future osservatrici ci confrontavamo con vissuti di perdita, di incertezza e sentimenti ambivalenti nei confronti della nostra esperienza formativa, ci chiedevamo quanto le giovani coppie, che si avvicinavano all’esperienza della nascita dei loro bambini, stessero affrontando compiti ben più complessi in una condizione di solitudine e difficoltà certamente impensabili quando erano iniziate le gravidanze.

La nascita di una nuova vita, infatti, confronta i futuri genitori con domande difficili e delle quali non si conoscono le risposte: come sarà mio figlio, che madre/padre sarò, cosa sarò in grado di fare e cosa no? ecc. Si è più o meno pronti a non avere queste risposte e a poterle solo immaginare, tuttavia nessuno avrebbe mai immaginato di doversi chiedere come nasca un bambino, o si diventi madre e padre durante una pandemia. Nella nascita si intrecciano paura di morte e desiderio di continuità, infatti, tutto ciò che precede e segue la nascita è accompagnato da forti sentimenti di ambivalenza. Da un lato c’è il desiderio di mettere al mondo qualcuno che assicuri al genitore una continuità nel tempo e tra le generazioni, dall’altro c’è il timore della madre di essere danneggiata durante il parto, il timore che il bambino non sopravviva o che sia malato, o ancora il timore del padre di restare fuori dalla coppia madre-bambino. I genitori “in gestazione” fanno un’esperienza sospesa tra il desiderio e il lutto, tra il guardare avanti e il guardare indietro: da un lato stanno per venire al mondo con un nuovo ruolo, stanno per nascere in quanto genitori, si confrontano con il pensiero di una nuova realtà da affrontare, con competenze adulte, dall’altro lato si trovano a rivedere i propri rapporti oggettuali con le figure significative della loro infanzia, dunque a ripensare ai loro genitori e ai modelli che li hanno accompagnati nella crescita, a riprendere contatto con i bambini che sono stati e a elaborare  il lutto del loro ruolo di figli.

Poco prima dell’inizio del lockdown, una di noi aveva riferito al gruppo quanto segue: “Ho avuto l’ultimo contatto con la mamma il giorno dopo del parto, mi ha raccontato di un lungo travaglio e un parto cesareo molto doloroso, tutto questo vissuto da sola; mi aveva infatti chiesto di aspettare qualche giorno prima di incontrarci in modo che lei potesse riprendersi”. La collega aveva commentato: “Sono molto curiosa di conoscere il nuovo arrivato e cercare di comprendere meglio lo stato d’animo della mamma che mi era apparsa molto sottotono nel nostro contatto telefonico”. Solamente sette giorni dopo è stato dichiarato il lockdown; questo contatto si è interrotto e la collega, per alcune settimane, non ha avuto più notizie da parte della famiglia, nonostante i suoi tentativi di ricontattarla.

Era sembrato di precipitare improvvisamente da una situazione che a tratti sembrava idilliaca, un po’ idealizzata, che aveva caratterizzato il primo incontro con la mamma a pochi giorni dal parto,  a vissuti di delusione, perdita traumatica con conseguente dolore e depressione da parte dell’osservatrice che certamente lasciavano supporre che il lockdown esterno e traumatico avesse un corrispettivo nei vissuti materni o forse anche della coppia dei neogenitori, alle prese con la ricerca di nuove risorse per fronteggiare una realtà del tutto imprevista.

Quanti tipi di lockdown dunque ci sono stati in questa famiglia?

I silenzi di questa madre in quelle settimane hanno sollecitato molto il nostro pensiero, ma il confronto tra noi ci ha dato modo di riflettere su come ogni famiglia stesse approcciando in maniera differente il medesimo evento, attivando le proprie risorse e anche i propri sistemi difensivi.

A tal proposito, è interessante l’esperienza riferita da un’altra mamma che ha partorito in pieno lockdown e che, dunque, ha vissuto anche le ultime settimane di gravidanza in una condizione di restrizioni delle relazioni sociali. La futura mamma in questione ha continuato a mantenere uno scambio di messaggi con l’osservatrice, condividendo con essa alcuni pensieri e vissuti. In particolare, ci sembra rilevante soffermarci su quelli di solitudine e isolamento testimoniati da questo messaggio: “Sarà interessante condurre una ricerca sulle neomamme nate in questo periodo storico. Da un punto di vista psicologico secondo me emergeranno tante cose. Già di default la maternità non è tutelata e le donne sono sole…adesso proprio neanche a poter far venire la propria madre per farsi fare un piatto di pasta ….”.

Per un’altra mamma era sembrato più consono ai propri vissuti scegliere di partorire in casa. Ai tempi di questa scelta, che aveva suscitato non pochi appunti da parte di amici e familiari, non era ancora iniziata la pandemia, ma per lei e il marito il parto in casa ha permesso certamente di evitare lo stato di isolamento e la loro separazione fisica. Ci siamo trovate a riflettere sul significato che per ogni coppia di genitori può avere scegliere di partorire in ospedale, riconoscendo o attribuendo a questo luogo funzioni di contenimento, di cura, garante di sicurezza maggiore, oppure optare per il parto in casa. In questo caso, la condivisione totale e intima dell’esperienza del parto sembra, come nella coppia in questione, essere posta in primo piano, mentre il parto in ospedale sembrerebbe aumentare il senso di insicurezza, di pericolo, di estraneità e vissuti di malattia. A tal proposito, una mamma riferisce “per certi versi la pandemia è capitata nel momento giusto…..avevo paura che al momento di partorire lui non avrebbe fatto in tempo a tornare perché al lavoro”.

Quanto l’emergenza Covid-19 ha fatto desiderare a quelle mamme che hanno partorito i loro bambini tra solitudine e mascherine di protezione, di ritornare all’usanza passata del parto in casa?

Una giovane mamma, durante una delle osservazioni, si è rivolta alla sua bimba dicendo “che periodo strano in cui sei nata, io ti avrei fatto tante feste e invece”. In questo “periodo strano” sono stati gli schermi luminosi degli smartphone a consentire, il più delle volte, la condivisione della nascita: se in passato i familiari si stringevano attorno alla culletta, in quel momento si sono stretti attorno ad un dispositivo tecnologico. Siamo abituati a pensare alle stanze del reparto di maternità affollate da parenti ed amici che poggiano i loro occhi sulla nuova famiglia e pensiamo a quanto questa immagine strida con quello che una mamma ha detto guardando la sua bimba: “alla fine della quarantena ti vedranno tutti come una bimba grande, gli zii, i nonni, non ti vedranno come neonata ma direttamente grande”.

D’altra parte, abbiamo riscontrato, anche da parte delle coppie che abbiamo osservato, una differenza di vissuti rispetto alla mancata presenza di amici e parenti al momento del parto o nei giorni successivi. Per alcuni di loro questa mancanza ha costituito un sollievo e ha rinforzato il legame intimo sia tra la coppia che tra i genitori e i neonati. Alcuni genitori hanno riferito di essersi sentiti un tutt’uno, poiché il fatto di non dover lavorare e poter stare a casa tutti insieme ha dato loro il sostegno per superare con successo il periodo di baby blues che la neomamma ha attraversato. Potremmo ipotizzare che ciò abbia in qualche misura favorito il processo di identificazione con il nuovo ruolo genitoriale, in totale autonomia, senza l’influenza del proprio genitore di origine, sentito in tali casi non tanto come figura di sostegno ma piuttosto come figura giudicante. Ci è sembrato anche che lo sguardo di noi osservatrici abbia potuto costituire per i neogenitori un punto di riferimento costante, garante di continuità e che assumesse anche una funzione di testimonianza dell’avvenuto cambiamento nelle loro vite, laddove tutto il mondo era intento a fermarsi per sconfiggere il virus.

E i padri, come hanno vissuto la nascita dei loro bambini in queste particolari condizioni?

Il cambiamento identitario di padre, altrettanto importante come quello delle future madri, ha certamente risentito della mancata condivisione con la partner del momento della nascita, ma a nostro avviso ha anche attivato, proprio per questo e per le condizioni di isolamento del nucleo familiare, un rinforzo del ruolo di partner e di padre.

Abbiamo ripensato al concetto winnicottiano di preoccupazione materna primaria, la sana regressione della donna nelle ultime settimane di gravidanza e nelle prime settimane dopo il parto che permette l’identificazione della mamma con il bambino garantendo per questo al bambino stesso quell’esperienza di “continuità di esistenza” che è alla base della strutturazione del Sè (Winnicott, 1945; 1949; 1953; 1958). [3]

Tuttavia, la madre per poter accedere alla preoccupazione materna primaria necessita di un ambiente che la sostenga, la supporti e non eserciti una pressione eccessiva che la spinga ad attivarsi. Il partner può certamente svolgere questa funzione, ma di fronte ad una pressione intensa da parte dell’ambiente esterno cui le future madri si sono dovute adattare, attingendo anche a risorse impensabili per affrontare il parto in condizioni di isolamento, ci sembra che certamente il movimento indicato da Winnicott come regressione normale non sia certo stato favorito. Tuttavia, con il rientro a casa abbiamo potuto vedere come la presenza dei padri per l’intera giornata e per un periodo lungo, li abbia incoraggiati a svolgere importanti funzioni di sostegno verso le donne.

Attingendo alla metafora della matrioska, proposta da Fornari (1981)[4]  ci viene alla mente un’immagine descritta più volte da una collega che ha svolto la sua osservazione da remoto: il bambino tra le braccia della madre e il padre che avvolgeva entrambi con le sue braccia. Quanto dobbiamo guardare al bambino, alla madre e al padre, distinguendo tra le loro pelli fisiche e psichiche e quanto, invece, dobbiamo guardare al bambino-madre-padre inteso come sistema? L’emergenza attuale ha portato tutti noi a riflettere su quanto siamo interdipendenti e su quanto il filo rosso della continuità risieda nelle relazioni. Siano esse relazioni sociali, fisiche, affettive, economiche, politiche, sono le relazioni il filo di qualsiasi esistenza.

Riflessioni sui passaggi evolutivi.

Abbiamo seguito le “nostre” famiglie per circa un anno e mezzo, avendo dunque modo di osservare lo sviluppo complesso e articolato dei bambini. Ogni famiglia ha avuto le sue modalità di sostegno alla crescita. Non possiamo in questa sede naturalmente approfondire le singole situazioni, ci sembra solo di poter porre alcuni interrogativi e sollecitare le riflessioni riguardo ad alcuni aspetti che sembrano aver accomunato le esperienze, seppur diverse, delle famiglie osservate.

Un tema che ci siamo trovate a discutere più volte nel gruppo riguardava le esperienze separative tra genitori e bambini. Le tematiche relative allo svezzamento, al sonno, allo sviluppo motorio, ecc. sono sempre state protagoniste nei seminari della Baby Observation, ma quest’anno ci siamo domandate in più circostanze, sollecitate dalle nostre osservazioni, quanto la situazione di pandemia abbia impattato su questi passaggi evolutivi. Riporteremo solo alcuni esempi di situazioni sulle quali ci siamo soffermate a riflettere in gruppo. In un primo caso una collega ci riferiva che la bambina da lei osservata appariva decisamente precoce sul piano dello sviluppo motorio. Nonostante il             

[3]Winnicott (1958) «la strutturazione dell’Io si basa su una “continuità dell’essere” sufficiente, non interrotta dalle reazioni all’urto dell’ambiente». La madre, disinvestendo momentaneamente il mondo esterno, si identifica con i bisogni del bambino e gli offre le condizioni affinché egli possa iniziare ad esistere e a fare esperienze. Il vero Sé necessita, in una fase iniziale, di una condizione di isolamento che, se minacciata a causa del fallimento delle cure materne, rappresenta una forte angoscia per il neonato. È in questo delicato passaggio che ci si gioca la continuità dell’esistenza: «il Sé centrale [o vero] è una potenzialità ereditata di sentire la continuità dell’esistenza e di acquisire a modo proprio e con un proprio ritmo una realtà psichica e uno schema corporeo personali» (Winnicott, 1960).

[4]Il padre ha un’importante funzione di contenimento della coppia madre-bambino. Fornari parla di sistema della matrioska intenso non come una serie di contenitori statici che proteggono il nucleo principale rappresentato dal neonato, ma come un insieme di forze contenitive dinamiche che assorbono e ridistribuiscono la tensione psichica nell’intero sistema. La parola chiave diventa quindi il sistema, che consente di procedere verso una complessità crescente.

piacere e la soddisfazione dei genitori nell’appurare ciò, eravamo colpiti dal constatare che la bambina non avesse indossato a lungo le scarpe mentre le veniva proposto, specie in luoghi aperti, di essere portata in braccio o ancora nella fascia a contatto con il corpo dell’adulto. Ci è parsa significativa l’immagine mostrata dalla mamma all’osservatrice, della bambina sull’altalena al parco per la prima volta, ma con i calzini, nonostante sapesse già camminare. Quest’immagine strideva con la conoscenza di una bambina molto competente e attiva sul piano motorio, e stimolata in ciò dagli stessi genitori che, tuttavia, nel mondo esterno sembrava essere trattenuta più a lungo del necessario in una posizione di dipendenza. 

Quando la bambina ha un anno ed è in grado di camminare, la collega riferisce questo racconto della mamma:

“Eravamo andati al parco tutti e tre con il passeggino, ma la bambina piangeva disperata, così l’ho presa in braccio ma non ce la facevo, ormai è troppo pesante, non voleva proprio andare dal papà. Noi siamo abituati a portarla con la fascia, ma l’avevamo dimenticata a casa, così ci siamo inventati di avvolgerla nella sciarpa per sorreggerla, allora sono riuscita a tenerla”.

Ci è sembrato che in un momento evolutivo importante per la bambina fossero in campo dunque movimenti progressivi e regressivi, con uno sbilanciamento verso questi ultimi. E’ la mamma stessa ad accennare ad una consapevolezza della propria difficoltà a sollecitare l’esplorazione del mondo sentito forse ancora un po’ troppo minaccioso e fonte di sofferenza: “La tengo così nella fascia solo per regressione di entrambe, se la vedo che è più nervosa o se voglio tenerla proprio io davanti, sulla pancia …”.

Come osservatrici, ci siamo più volte identificate ora con i bambini ora con i genitori, nel patire le difficoltà a “lasciare” le esperienze consuete per accedere a quelle nuove. Sembrava che circolassero vissuti troppo dolorosi da tollerare, soprattutto per i genitori, quando essi stessi dovevano attivamente porre limiti ai bambini, confrontarli con piccole frustrazioni, dunque con il dolore e la rabbia connessi alla perdita. Una collega riporta:

Ho  osservato  più volte come il dolore, per una caduta accidentale, o la rabbia per un divieto, causasse, come prevedibile che sia, pianti e strilli del  bambino e ciò che particolarmente mi sorprendeva era che questi moti generassero sentimenti di confusione nel genitore, che non tollerava che il bambino potesse in qualche modo sentire una  mancanza traumatica e tendeva a provvedere con una modalità consolatoria eccessiva, che per la maggior parte delle volte era dare il seno, come a restaurare un primario stato di benessere, a discapito dei nuovi processi   in via di sperimentazione e in cerca, per questo, di una  progressiva stabilizzzazione..

Dall’osservazione della collega riportiamo una sequenza di quando il bambino ha 12 mesi:

“Ad un tratto correndo in direzione di un mobile il bambino scivola e sbatte la guancia contro uno spigolo. Piange e i genitori sono molto preoccupati anche se dopo qualche abbraccio sembra calmarsi ma continua un po’ a lamentarsi. [..] Poi si siedono a terra e il bambino struscia il viso contro il petto della madre, ripete il movimento più volte finché la mamma commenta: “vuole il seno, mi sa che glielo do così si tranquillizza un po’”. Il bambino si eccita molto durante l’allattamento, dopo 5 minuti si stacca e si mette a gattonare sul pavimento, come rinunciando al piacere precedente della corsa.

 Anche in questo caso ci è sembrato che i genitori prendessero più facilmente la via della regressione di fronte alla frustrazione o alle difficoltà del bambino piuttosto che quella del sostegno e del rinforzo delle nuove acquisizioni e dei necessari aggiustamenti.

Un’altra area che ci è sembrato riproponesse tematiche simili è quella dell’alimentazione. Abbiamo visto, ad esempio, bambini tenuti al seno molto a lungo, con svezzamenti rinviati in attesa che fossero i bambini stessi ad essere pronti per l’autosvezzamento.

Dall’osservazione di una collega riportiamo: “Ormai mangia quasi tutto, però la tetta la sera per addormentarsi gliela do sempre”.  Era evidente in questo caso, anche dal contesto in cui veniva fatta tale affermazione, quanto la reale separazione dal seno, e più in generale una modifica all’unione speciale madre-bambino, fosse costellata da numerose resistenze.

Similmente abbiamo osservato difficoltà nel sonno: tempi molto lunghi per l’addormentamento, ripetuti risvegli notturni dei bambini, rifiuto di dormire nel proprio lettino ma anche difficoltà dei genitori a proporre spazi fisici separati e a rinunciare a modalità consolatorie regressive e fusionali. Percepivamo quanto fosse forte il timore dei genitori di non riuscire a gestire la colpa, legata anche a un sano desiderio di distaccarsi dai bambini e ricontattare una dimensione più personale. Nelle nostre osservazioni ricorrevano più volte frasi tipo “dorme ancora nel lettone con noi, ci svegliamo sempre durante la notte” oppure “non posso allontanarmi dal bambino altrimenti si sveglia subito” e ciò ha sollecitato più volte la nostra attenzione rispetto ai processi separativi a partire dalla definizione dunque dei confini corporei. Delle volte, il rapporto madre-bambino si connotava di così tanta fusionalità durante il sonno notturno da “tagliare fuori” anche qualche papà. A tal proposito ci sembrano esemplificative le parole di questo papà: “di giorno dorme tranquilla, ma il problema è di notte, io la vorrei aiutare ma non so come fare, è come se non esistessi per lei! Vuole solo il seno”.

Certamente non siamo in grado di sapere come questi aspetti dello sviluppo sui quali ci siamo soffermate si sarebbero articolati nella relazione di bambini con i loro genitori in un periodo pre-covid. Non abbiamo escluso però nelle nostre riflessioni la possibilità che tali difficoltà abbiano risentito anche della condizione esterna emergenziale. Le necessità di distanziarsi dagli altri, evitare il contatto, limitare gli scambi, sanificare gli ambienti, come hanno lavorato internamente a questi neo-genitori? È possibile ipotizzare che più la realtà esterna si sfilacciava e più si sentiva la necessità di avvicinarsi all’interno del proprio nucleo, in maniera compensativa rispetto alle distanze imposte altrove. A monte di queste considerazioni, c’è il pensiero che, nella gran parte dei casi, i bambini erano, assieme al partner, l’unico interlocutore del genitore, motivo per cui l’investimento sul bambino ha potuto essere più intenso e massivo. Forse questi dati di realtà hanno impattato sui percorsi evolutivi sia dei bambini che dei genitori, “trattenendo” alcune aree di autonomia.

La pandemia da un lato ha diviso, dall’altro ha unito ancora di più alcuni genitori al proprio bambino, rendendo forse più sofferti i processi separativi che, probabilmente, sarebbero già stati faticosi. Non sappiamo se il clima di isolamento abbia reso più stretti i legami tra adulti e bambini. Certo, la mancanza di altre figure adulte alternative come nonni, zii o amici, incontrati solo virtualmente, possiamo immaginare che non abbia aiutato genitori e bambini a differenziare i legami, ad apprendere e godere anche delle diverse esperienze oltre che della continuità delle stesse.

in cui l’estraneo è prevalentemente un pericolo da tenere a bada, non abbia comunque reso più difficili i processi di svincolo dalle relazioni primarie, svincolo che necessita comunque di una buona dose di fiducia nei confronti della realtà esterna e del nuovo.

Infine, ma non per importanza, dobbiamo sottolineare che abbiamo riscontrato una buona capacità adattiva dei bambini certamente proporzionata a quella dei genitori. Abbiamo visto come i diversi nuclei familiari abbiano messo in atto numerose risorse, sia di natura supportiva sia di natura creativa per garantire un ambiente “sufficientemente buono”. I bambini che abbiamo osservato hanno mostrato comunque un buon raggiungimento delle tappe evolutive anche se con modalità e forme diverse e, come precedentemente detto, con qualche rallentamento nei processi separativi che sembrano aver risentito maggiormente della situazione ambientale. D’altro canto, abbiamo osservato genitori in grado di mettersi in discussione, di interrogarsi su cosa fosse meglio fare e di osservare attentamente, insieme a noi, la crescita e i cambiamenti evolutivi.

Conclusioni.

In questo lavoro abbiamo provato a ripercorrere i passaggi critici e specifici della nostra esperienza di formazione condotta nel periodo della pandemia: un tempo difficile che ci ha portati a rivedere la tradizionale modalità dello svolgimento della Baby Observation.

Dopo un iniziale periodo di smarrimento, come abbiamo riferito, siamo riuscite ad intraprendere e a portare avanti l’osservazione con entusiasmo e curiosità e ne sono nati molti quesiti che, ad oggi, restano “in sospeso”.

Abbiamo proposto dei flash clinici che ci hanno dato spunti per riflettere su quanto il periodo storico stia impattando sulla genitorialità nascente. È difficile arrivare a presentare considerazioni certe, poiché ancora non conosciamo quali saranno gli effetti a lungo termine. La domanda che ci siamo poste più volte è stata: come nasce una famiglia ai tempi del covid-19? Fin da subito, abbiamo ipotizzato che la risposta fosse nelle relazioni. Come già ribadito, il bambino alla nascita non viene a contatto con un mondo oggettuale, ma con un ambiente di cui non riconosce i confini psichici e fisici ed è proprio nelle caratteristiche di questo ambiente che, a nostro avviso, vanno ricercati gli effetti del covid-19 sulla nascita e sui processi di sviluppo dei bambini. La qualità delle risorse interne ed esterne del padre e della madre segnano la strada del loro diventare genitori e, naturalmente, caratterizzano, specie agli inizi, il modo attraverso cui essi propongono o filtrano le esperienze dei bambini nell’incontrare il mondo. L’emergenza covid-19 ha sottolineato, o forse potenziato, fantasie e timori di morte, già specifici dell’esperienza della nascita e di quelle delle successive separazioni che possono rievocarla. Dobbiamo chiederci quindi come queste forze abbiano interagito tra loro, se si sono sommate o mescolate, ma soprattutto che storia pregressa della madre, del padre e della coppia hanno incontrato. Come sempre accade, ognuno ha reagito a questa emergenza con modalità peculiari che sono dipese dalla specificità della persona, della sua storia passata, delle sue aspettative e del suo ambiente esterno ed interno. Indubbiamente il distanziamento fisico imposto dall’emergenza, le difficoltà economiche che hanno colpito alcune famiglie, il timore di essere veicolo del virus anche per il proprio bambino, il confrontarsi con spazi fisici confinati alle mura domestiche, eventuali lutti hanno appesantito il carico emotivo su quelle famiglie già fragili, con possibili conseguenze negative sulla salute psichica anche del neonato. Un Io fragile, un mondo interno popolato da oggetti persecutori o deprivanti, l’ambiente esterno sociale e culturale poco o per niente contenitivo rappresentano ulteriori fattori di rischio in questa situazione di emergenza. Ogni famiglia ha affrontato la sfida di nascere ai tempi del covid-19 con le proprie lenti di lettura e i propri strumenti interni ed esterni, personali, di coppia e familiari.  Lo studio dei processi evolutivi in chiave psicoanalitica pone molta attenzione proprio al dialogo tra mondo interno ed esterno che colora e da forma alla qualità delle relazioni tra i membri della famiglia.

Ci auguriamo che il nostro lavoro costituisca l’inizio di ulteriori riflessioni e approfondimenti che tengano conto della   specificità dei casi, ma anche di una ricerca più ampia sul tema da condividere con altri colleghi, che ci permetta di comprendere meglio non solo la natura dei processi di sviluppo dei bambini nati in questo difficile periodo, seguendone l’evoluzione  nel corso degli anni, ma anche come la società userà questa esperienza e i vissuti ad essa connessa per continuare il suo cammino.

Riferimenti bibliografici.

BICK, E., (1964), Notes on Infant Observation in psychoanalytic Training. International Journal of Psychoanalysis, 45, 4, (558-566)

Fornari, F., (1981), Il codice vivente, Torino, Boringhieri.

Winnicott, D.W., (1945), Lo sviluppo emozionale primario, in Dalla pediatria alla psicoanalisi, Firenze, Martinelli, 1975

WINNICOTT, D.W., (1949), L’intelletto e il suo rapporto con lo psiche-some, in Dalla pediatria alla psicoanalisi, Firenze, Martinelli, 1975

WINNICOTT, D.W., (1953), La psicosi e l’assistenza al bambino, in Dalla pediatria alla psicoanalisi, Firenze, Martinelli, 1975

WINNICOTT, D.W., (1958), La preoccupazione materna primaria, in Dalla pediatria alla psicoanalisi, Firenze, Martinelli, 1975

WINNICOTT, D.W., (1960), La teoria del rapporto infante-genitore, in Sviluppo affettivo e ambiente, Roma, Armando, 1970

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