Un caso di ri-analisi da remoto durante l’emergenza Covid.

Un caso di ri-analisi da remoto durante l’emergenza Covid.

Riassunto.

Il lavoro esplora le vicissitudini cliniche di un caso di ri-analisi intrecciate a quelle del cambio di setting causato dalla pandemia con il conseguente passaggio dal lettino all’uso della telecamera. Le potenti angosce di Marcello, riemerse a causa della paura del contagio e dell’isolamento, obbligano l’analista a interrogarsi sulla complessa questione di quando un’analisi possa definirsi conclusa e sulla qualità del lavoro svolto fino a quel momento. Il cambio di setting pone invece una questione tecnica legata al cambio di un parametro fino ad ora considerato insostituibile nel trattamento psicoanalitico ovvero la presenza fisica del paziente nella stanza d’analisi. È ancora riconoscibile come trattamento analitico la seduta online?

Abstract.

The work explores the clinical vicissitudes of a case of re-analysis intertwined with those of the setting change caused by the pandemic with the consequent transition from the couch to the camera. The powerful anxieties of Marcello, re-emerged due to the fear of contagion and isolation, force the analyst to explore the complex question of when an analysis can be defined as completed and the quality of the work carried out up to that moment. The change of setting instead raises a technical question linked to the change of a parameter hitherto considered irreplaceable in psychoanalytic treatment, namely the physical presence of the patient in the analysis room. Is the online session still recognizable as an analytic treatment?

Autrice: Marinella Linardos*

*Psicologa clinica, psicoanalista associata Aipsi, membro delI’Ipa dove svolge attività internazionali in gruppi clinici sulla seduta psicoanalitica (Comparative Clinical Method) e su Psicoanalisi e letteratura.

Membro della commissione Ipa per la ricerca sui Working parties, svolge attività clinica e di ricerca anche presso un Servizio di Psicologia ospedaliera nella città dove vive.

Accenni della Prima analisi.

Marcello è un paziente di 34 anni che ha iniziato un’analisi nel 2013 poi conclusa nel 2018. La richiesta iniziale era relativa alle tante paure che affliggevano Marcello nella sua vita quotidiana, un persistente sentimento di fragilità e inadeguatezza ad affrontare i compiti della vita come studiare, avere relazioni soddisfacenti, guidare la macchina, allontanarsi dalla famiglia. I primi anni dell’analisi veniva sempre a studio accompagnato dalla madre perché aveva paura di spostarsi da solo con la macchina (vive in un paesino dell’alto Lazio). Quando lo vidi per la prima volta, rimasi subito colpita da qualcosa del suo aspetto fisico che non sapevo ben definire, come se fosse stranamente esile e con una virilità incerta. Mi disse subito di essere omosessuale ma che “questo non era mai stato un problema”.

Gli anni della prima analisi sono stati caratterizzati da intense tematiche legate all’identità di genere. Come ci ricorda Simona Argentieri nel suo articolo “Travestitismo, transessualismo, transgender”,

il concetto di identità di genere fa “riferimento a epoche arcaiche della vita, quando il senso di appartenenza al genere maschile e femminile comincia a organizzarsi nella direzione relazionale con i genitori a livelli preverbali e sensoriali” (Argentieri, 2006). Le varie teorie differiscono principalmente nel modo di considerare il gioco pulsionale; se, in altri termini, nella formazione dell’identità sia più rilevante il livello pulsionale o quello delle identificazioni primarie. In alcuni momenti ero sopraffatta da infinite considerazioni del paziente rispetto ai temi della sessualità e dell’identità di genere. Il suo linguaggio degli inizi era tutto un parlare di “intersex, transex, omosex, gender fluid, gender swapping, gender-bender” che mi lasciavano, molto spesso confusa o poco convinta. La vita sessuale reale era in realtà molto povera, fatta di incontri fugaci e occasionali. Senza negare il peso traumatico delle vicende legate alla costruzione della sua identità di genere, avevo l’impressione che il paziente utilizzasse il suo trauma come un manifesto elettorale, per rivendicare i suoi diritti, portare avanti battaglie sociali (è molto impegnato nel sociale, soprattutto sul tema dell’immigrazione dove ha fatto a lungo il volontario) per evitare accuratamente nuclei più personali e autentici della sua storia. Come sostiene Simona Argentieri nell’articolo appena citato, molte questioni di cruciale importanza in questi pazienti come la vita pulsionale, l’aggressività e la distruttività si spostano sul piano della rivendicazione contro la società repressiva. Nella seconda parte della prima analisi, cominciò a affrontare tematiche connotate da una estrema ambivalenza rispetto alla sua famiglia, affettivamente presente ma senza strumenti per comprendere i suoi drammi interiori. Oscillava sempre tra sentirsi speciale e sentirsi reietto. Il padre, solo per dare un’idea, quando era piccolo si ostinava a portarlo a giocare a calcetto (come faceva con suo fratello maggiore) pensando così di “correggere” la sua effeminatezza. L’analisi, durata 5 anni, è stata regolare e con grande impegno. La conclusione è stata determinata dalla decisione del paziente di partire per una città del nord che rappresentava, per lui, la prova della sua capacità di staccarsi dal nucleo familiare, la conquista della sua indipendenza in un ambiente gay friendly. I genitori lo sostennero in questa scelta anche economicamente. Sapevamo entrambi che molto era rimasto ancora di irrisolto, soprattutto nell’ambito della sua capacità d’azione sul piano di realtà (terminare gli studi ad esempio) ma, nel contempo, con la sensazione di aver fatto comunque un buon lavoro fin dove era stato possibile spingerci.

La richiesta di ri-analisi.

Nel maggio del 2020 il paziente mi ricontatta telefonicamente in preda ad una forte angoscia. Mi dice di stare molto male, di essere in panico. È tornato a casa dei suoi perché non ce la faceva più a stare nella sua casa del nord. Il lockdown è stato per lui spaventoso, mesi isolato in casa da solo, con un co-inquilino che non rispettava le regole, non c’era mai e che lo faceva preoccupare di portare il virus dentro casa. È di nuovo sopraffatto da angosce claustrofobiche e ipocondriache sulle quali tanto avevamo lavorato in analisi. Lo fa impazzire l’idea di dover ripartire. Decido di accogliere la sua richiesta di avere dei colloqui su Skype. Da li a poco, mi chiede di riprendere l’analisi perché ha bisogno di sedute ravvicinate, sente che la pandemia l’ha fatto tornare indietro e si sente andare in pezzi. Accetto e riprendiamo l’analisi. Decidiamo per tre sedute. A giugno, ero ancora molto incerta sulle mie capacità di reggere più sedute settimanali da remoto; soprattutto la terza, non nascondo, mi problematizzava non poco.

Ora, il termine ri-analisi ha una sua ambivalenza: evoca contemporaneamente sia la continuità con il lavoro già svolto sia l’insufficienza della prima fase d’analisi. Gli autori che si sono a lungo occupati di questo tema sottolineano l’importanza per l’analista di riflettere su cosa si interrompe, cosa si ripete, cosa succede nel tempo che intercorre.

Una richiesta di ri-analisi non può prescindere inoltre da una riflessione sulla fine del precedente lavoro. Gilda De Simone che si è a lungo occupata del tema della fine dell’analisi afferma: “Un discorso sulla fine dell’analisi si intreccia strettamente o addirittura si confonde con quello sulla finalità dell’analisi […]. Risulta evidente che un Autore, nell’atto di dichiarare il suo modello di conclusione dell’analisi, sta in realtà riferendosi ad un suo modello teorico-clinico sulla psicoanalisi in generale” (De Simone, 1994).

Ora, quando si finisce un’analisi, non sempre ciò avviene perché la coppia analitica ha deciso in modo concordato. Con Marcello, ad esempio, la scelta di finire era stata la sua ma io non l’avevo ostacolato. La sua decisione di partire era, fatto insolito per lui, espressa con molta convinzione. Sentiva di essere finalmente pronto a lasciare la sua famiglia e il suo piccolo paese per il grande nord immaginato come liberale e con molte opportunità di studio e di lavoro. Confidavo nel fatto che il paziente avesse acquisito gli strumenti di base per poter continuare quella che viene definita la “disposizione mentale post analitica” nei termini di uno stato mentale che automaticamente porti a rinunciare all’agire a favore della elaborazione (De Simone, 1988; 1994).

L’esperienza al nord, da quanto poi mi ha poi raccontato, ha confermato l’idea di stare “in un altro mondo” dove nessuno ti guarda male perché sei gay e dove c’è una grande circolazione di idee e di eventi artistici/culturali che tanto lo appassionano (studia storia dell’arte).

L’emergenza Covid lo ha travolto, non pensava sarebbe mai potuto succedere qualcosa del genere. Il lockdown è giunto a interrompere la sua luna di miele con la città dove ha vissuto, mostrando la vacuità di certe relazioni amicali, l’assenza di rapporti d’aiuto con il vicinato al quale invece era tanto abituato nel suo paese. Sintetizza tutto con una frase: “qui è tutto perfettamente organizzato ma se casci per terra, senza che sia previsto che accada, puoi anche morire”.

Marcello si è sentito, dopo mesi a casa da solo, durante un lockdown molto severo e prolungato di quella regione, come regredire “scivolando all’indietro” senza che nessuno potesse sorreggerlo. Le sue antiche ansie di separazione sono riemerse violentemente così come un vissuto estraniante e derealizzante forse mai sperimentato in precedenza. 

L’autoanalisi, la disposizione mentale che segue un’analisi terminata, seguendo Gairinger, può forse elaborare i conflitti dell’area depressiva ma più difficilmente quelli dell’area schizoparanoide. «L’elaborazione degli aspetti schizoparanoidei della personalità è un problema che riguarda solo l’analista e l’inconscio del paziente […] perciò sfugge all’Io e al processo identificatorio […]. I problemi che l’individuo riesce a integrare con l’autoanalisi sono solo quelli riferentesi alla posizione depressiva […]. (Gairinger, 1970, 75 e 85).

Dove collocare le ansie di separazione che, ad un livello più evoluto, sembravano essere state sufficientemente superate?  È innegabile che il lockdown abbia rappresentato una condizione eccezionale nel toccare i livelli più primitivi del funzionamento mentale. Per tornare alla domanda della De Simone, con questo paziente avevo molto preso in considerazione come parametro della fine dell’analisi un buon avanzamento della sua capacità di essere solo e separato. Certamente, essere ricontattati dal paziente in uno stato di ansia acuta smentisce quanto Etchegoyen indica come il segno di un’analisi ben terminata: “Il destino di un buon analista è la nostalgia, l’assenza e, alla lunga, l’oblio” (Etchegoyen, 1986). Marcello non si era affatto dimenticato, anzi ha usato la precedente esperienza come un’ancora di salvataggio rispetto ad un’emergenza che pensava di non saper gestire da solo.

Di Chiara propone di pensare alla separazione come ad una componente “semplice ma essenziale” di ogni esperienza psicoanalitica (Di Chiara, 1978, 258). “La separazione consente di sostituire alla gratificazione sensuale il pensiero, o meglio la capacità di pensare i pensieri, ma anche di sognare i sogni. Essa conduce alle identificazioni introiettive e alla capacità di essere soli. Mi sembra di poter dire, quindi, che uno degli scopi della psicoanalisi è quello di fare esperienza di separazione. (Di Chiara, 1978). Non tutti gli analisti concordano sul fatto che la capacità di separarsi sia il segno distintivo di una analisi arrivata al termine. Freud in “Analisi terminabile e interminabile”, sottolinea invece la capacità del paziente di saper padroneggiare il rafforzamento pulsionale, processo non spontaneo ma creato unicamente dal lavoro dell’analisi (Freud, 1937). In altri termini, è fondamentale la capacità di sintesi dell’Io di integrare porzioni incontrollate dell’Es.

Di Chiara continua affermando «l’introiezione di tali fattori riassumibili nell’introiezione di un interlocutore efficace che rimane disponibile nel mondo interno del paziente, noi sappiamo che è legata alla capacità di affrontare normalmente i processi di separazione» (Di Chiara, 1997).

I processi introiettivi, in questo paziente, sono sempre stati molto disturbati da un’insufficiente differenziazione tra sé e l’oggetto o, questione non da poco, da un’insufficiente separatezza intrapsichica. (Amati, 2003). Ricevere qualcosa per Marcello, ad un livello profondo, assume sempre il senso di un’intrusione violenta come quella dell’iniezione di testosterone. La pelle come confine viene letteralmente bucata e il corpo invaso.

Il cambio di setting: dal lettino a Skype.

So di alcuni colleghi che hanno riprodotto anche da remoto il setting analitico con il paziente sdraiato sul lettino e con l’analista fuori dalla vista del paziente. Francamente lo sento troppo artificioso e decido invece per sedute vis a vis. Molti interrogativi mi attraversano e credo che sia questa la ragione per la quale ho portato questo caso qui con voi. Sento di stare davanti ad una situazione dove i riferimenti tradizionali non sono più sufficienti. Sono davanti ad una doppia novità: una richiesta di ri-analisi e un setting completamente nuovo.

Questo passaggio a Skype è l’aspetto che trovo più difficile. Ci sono stati in questi mesi molti dibattiti nell’Ipa sulla questione della skype-analysis. Il tema centrale e aggiungo drammatico è sempre quello dell’assenza fisica del paziente in seduta, il mancato incontro tra due corporeità. Questo aspetto è talmente innegabile che non vorrei aggiungere il noto al già noto. La sfida che invece si apre è capire in che modo continuare a lavorare analiticamente in remoto e se il cambiamento di setting sia solo sottrattivo o non possa essere anche rivelativo di nuovo aspetti.

Sembra necessario ritornare brevemente su alcuni concetti cardine di setting in psicoanalisi. Con il termine setting, come ci ricorda Etchegoyen, si intende l’insieme delle variabili che vengono fissate e che costituiscono l’ambito nel quale si colloca il processo analitico. Il setting è dunque in relazione dialettica costante con il processo. L’insieme delle loro relazioni va a costituire ciò che chiamiamo “situazione analitica”. 

La situazione analitica configura dunque un processo e quello che Bleger chiamava un “non processo” detto setting. Il “non processo” si caratterizza per le sue qualità di immodificabilità. Ora, il setting può non riuscire a mantenere la sua invariabilità nel tempo. In tale evenienza, la cornice può “convertirsi” essa stessa in processo in quanto alle volte le costanti sia alterano e diventano variabili. Le alterazioni del setting a volte ci consentono di accedere a problemi fino a quel momento non avvertiti. Va da sé che questo non giustifica la manipolazione intenzionale del setting per far emergere elementi nuovi. Credo che questo sia esattamente ciò che sta avvenendo in questa emergenza. La cornice si sta convertendo in processo in attesa di potersi riconfigurare come cornice. Direi che l’analisi su Skype sulla base dell’esperienza con Marcello e altri pazienti riesce a mantenere alcune invarianti del setting come l’orario fisso e la regolarità delle sedute. Anzi, quest’ultimo aspetto si è addirittura rinforzato. Dalla ripresa su Skype non abbiamo mai saltato una seduta.

Marcello sembra essersi adattato al nuovo setting con estrema facilità, come se non avesse avvertito il passaggio. Lo stato di panico iniziale può aver addirittura beneficiato di una ripresa vis a vis. Se seguiamo la nota teoria di Bleger sul setting come deposito muto delle parti simbiotiche, potremmo ipotizzare che il mezzo Skype, che il paziente può controllare rimanendo nella sua casa e non disturbato da imprevisti, spostamenti, ritardi, ecc., possa ben garantire che la parte simbiotica della personalità rimanga fissata nella cornice del setting. Ciò che sembra maggiormente definire il setting è la sua stabilità innanzitutto. Sono soli ipotesi ovviamente ma basate sull’osservazione di quanto sta accadendo nel rapporto anche con altri pazienti.

Già Etchegoyen sosteneva che la perdita di un’invariante comporta per l’analista la perdita di una quota del suo narcisismo. L’assenza del paziente in persona sembra rappresentare un elemento di grande sofferenza nell’analista. Molti sono tornati a lavorare in presenza attualmente ma è innegabile che certi processi difficilmente potranno tornare indietro e alcuni interrogativi non sono più soltanto legati all’emergenza.

L’attuale analisi.

Nel giro di poche sedute, l’ansia disorganizzante si riduce notevolmente e il paziente s’impegna emotivamente in un lavoro serratissimo come se fosse pronto da molto tempo a ri-prendere certi temi. Sembra che il cambio di setting non gli abbia portato alcun disagio. Al contrario, la precedente analisi sembra funzionare da nastro acceleratore di tutti processi e il cambio di setting sembra un elemento di questa accelerazione.

L’impasse negli studi è il tema di ogni seduta. Marcello ripete sempre lo stesso meccanismo: studia, con piacere e concentrazione un giorno e quello successivo si blocca e pensa di abbandonare. Il giorno seguente dice a sé stesso invece che gli piace studiare e che deve finire. Cosi riparte questa infinita tela di Penelope che svela il meccanismo impressionante della ripetizione. Come se finire l’università, significasse per lui acquisire un’identità definita contro la quale si ribella ferocemente. Ha costantemente bisogno di combattere contro un’autorità che percepisce schiacciante e impositiva. In una recente seduta mi dice in apertura “l’università ha risposto positivamente alla mia richiesta (rispetto a certi documenti). “Ho provato un brivido di panico. Se l’autorità è buona, io mi perdo”.

Nel transfert, sento che mi vive come una figura che “deve” immaginare essere necessariamente benevolente. Nel mio vissuto, cerco di liberarmi da questo arruolamento. Quando, in una seduta mi dice che si vergogna quando gli altri rimangono stupidi che ancora studia, mi spingo a dirgli “Come mai si stupisce che gli altri si stupiscano? Ha 35 anni”. Lo vedo come saltare sulla sedia. “Penseranno che sono stupido”. “E allora? Perché non lo pensa forse già una parte di lei di sé stesso?” Scoppia a ridere. “Cazzo!” mi dice, è vero”. “Ha usato questa parola in modo deciso ora”. Sono dei “corpo a corpo” analitici sui quali la distanza fisica tra noi non ha nessuna influenza. Anzi, potrei spingermi a dire che la distanza fisica li favorisce. O forse no, è solo il fatto di lavorare sul terreno già dissodato di un precedente lavoro analitico che favorisce certi processi. Non nascondo che in altri momenti mi sintonizzo di più sugli aspetti fragili di questo paziente soprattutto quando percepisco la solitudine di quel Marcello bambino che piano piano vedeva tutti i suoi cuginetti compagni di gioco allontanarsi da lui perché gli adulti trovavano sconveniente che trascorressero del tempo a fare giochi da femmina. Lasciandolo solo e sgomento.

Un sogno di transfert.

“Avevo una lezione di russo con un’insegnante privata. Veniva a casa mia e la facevo accomodare in cantina dove avevo un acquario con dei pesci. L’insegnante si accorge che qualcuno ha defecato dentro l’acquario e schifata va via. Io le dico che non faro più lezione e mi chiede perché. Le rispondo “fatti una domanda su come lavori”. Per inciso, in un sogno precedente aveva sognato di avere una relazione omosessuale e che senza volere aveva fatto fuoriuscire delle feci al suo partner che si era molto arrabbiato con lui. Il sogno precedente lo aveva molto spaventato. Interpreto i due sogni in continuità, come un forte timore di mostrarmi aspetti di sé molto intimi e imbarazzanti e che non è solo un bravo pesciolino nella pancia della mamma. Il contatto con aspetti più decisi e virile di sé lo spaventa di essere distruttivo e nel transfert, mi attacca. “forse nel sogno mi sta dicendo che vorrebbe interrompere l’analisi perché stanno emergendo contenuti scomodi e imbarazzanti, la domanda che ci dobbiamo fare è come stiamo lavorando insieme, ultimamente siamo sommersi da un bel po’ di feci e non sappiamo bene cosa farcene”.

I sogni con le feci continuano imperterriti anche nelle sedute successive. In uno di questi c’è un padre di una bambina che le prepara una merenda spalmando delle feci dentro ad un panino. Come meglio rappresentare l’estrema incertezza nel non saper distinguere ciò che è buono e ciò che non lo è. “Mi sembra che di merda ne abbia dovuta ingoiare tanta e che adesso ancora non sa distinguere una buona offerta da una cattiva” gli dico.

In “claustrum” di Meltzer, scritto difficile e piuttosto oscuro, mi colpisce il parallelo che l’autore stabilisce tra l’identificazione intrusiva alla base di un certo psichismo e quello che lui chiama la vita nel retto della madre (Meltzer). In uno dei suoi ricordi d’infanzia più vividi il paziente racconta che la madre, quando ero piccolo, non si separava mai da lui neanche per andare in bagno e che, anzi lo obbligava a stare li seduto accanto a lei. Il paziente ha sempre pensato che la madre avesse paura a rimanere da sola ed è per questo che lo voleva lì con lui anche nei momenti più riservati. Associativamente ripenso a Meltzer quando descrive come certi pazienti affetti da claustrum finiscono per abitare una realtà psichica in cui domina l’atmosfera di quello che lui chiama il “compartimento rettale” dove domina la paura senza nome che consiste nell’essere “gettati via”.

Il retto della madre interna è interpretato come un magazzino di detriti generati dai bambini interni ed esterni che non possono astenersi dallo sporcare. Il risultato, continua Meltzer, è il degrado, non solo, ovviamente, nel comportamento, ma più essenzialmente nella capacità di pensare come base per l’azione dove “tutti gli atti di intimità cambiano il loro significato in tecniche di manipolazione o dissimulazione; l’emozione è simulata dall’eccitazione; la colpa e il desiderio di punizione prendono il posto del rimpianto” (Meltzer, 1978).

Credo che uno dei motivi sottaciuti dell’intensa paura durante il lockdown fosse quella di non poter più controllare gli impulsi sessuali e di mettersi, di conseguenza, in situazioni ad alto rischio. Il ritorno a casa, è stato vissuto come rientrare in una base sicura ma, come sempre in Marcello, in modo ambivalente se non ambiguo. In un altro sogno va in bagno e fuoriesce talmente tanto materiale fecale dal suo corpo che il bagno si ottura. “Ma almeno – mi dice contento- stavo nel posto giusto questa volta”.

In un lavoro sull’ascolto della regressione pubblicato nella nostra rivista di Psicoanalisi, Sapisochin, riprendendo la teoria freudiana sulla psico-sessualità infantile, sottolinea come la psicosessualità del bambino riproduce “le specifiche forme immaginarie di legame che il soggetto crea appoggiandosi  alle funzioni fisiologico-corporali orali, anali, genitali allo scopo di poter sopportare in maniera graduale e progressiva  lo statuto d’alterità dell’oggetto e la caduta del narcisismo primario: mangiarsi l’oggetto, controllarlo analmente e penetrarlo fallicamente”(Saposichin, 2011).

Sembra che in questo periodo, l’analisi stia attraversando la drammaticità anale del rapporto con l’oggetto. 

Conclusioni.

Gli interrogativi attuali che investono la psicoanalisi non riguardano solo questioni di sospensione o cambio di setting per fronteggiare l’emergenza. Anche quando, e ci auguriamo avvenga presto, si potrà riprendere a lavorare alle precedenti condizioni, gli interrogativi sorti in questa straordinaria sperimentazione involontaria continueranno.

Tra questi, sono personalmente molto interessata soprattutto a due questioni: la prima è stata posta già da Eissler nel lontano ’53 e riguarda la seguente domanda: quanto è possibile introdurre un cambiamento nella tecnica, (ciò che Eissler chiamava parametro), senza che la psicoanalisi diventi irriconoscibile? Già il mito greco si poneva una domanda simile con la nave di Teseo. Dovendo sostituire nel tempo pezzi della nave, quando tutti i pezzi saranno stati sostituiti sarà sempre la stessa nave?  Il secondo interrogativo che mi pongo è relativo all’affinità tra strutture di personalità e/o psicopatologia e il mezzo Skype. Quali pazienti potranno effettuare un trattamento su Skype e quali invece no? La regressione è favorita o sfavorita dal mezzo?

Ovviamente sono solo due questioni tra tante. Ad ogni modo, dovremo solo farci trovare preparati.

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